Che negli ultimi dieci anni la new wave sia stata oggetto di reinterpretazione e glorificazione, non è certo un mistero. Così come non lo è a maggior ragione la pubblicazione di album in grandissima copia

di band ispiratesi, più o meno consapevolmente, al movimento. Ma che poi ci siano stati (e naturalmente ci sono) esempi di gruppi che hanno trattato la new wave – o il punk – come qualcosa da cui partire per la reificazione di un modo del tutto particolare di vedere/sentire la storia della musica, questo è un altro conto. Band statunitensi, soprattutto, riconducibili ad uno stesso fenomeno in quanto tutte partecipi di una “visione” comune, in un certo senso, da cui ha potuto prender vita quel postmodernismo un po’ nichilista figlio di questo nuovo millennio. Li hanno chiamati shitgaze, o weird-garage, ad esempio. Ma è di sicuro “no-rock” lo sfondo da cui hanno attinto. Factums, Psychedelic Horseshit, Times New Viking. Parliamo qui invece d(e)i Blank Dogs e dell’album ‘On Two Sides’, frutto della scena newyorkese e del suo modo particolare di affrontare il nuovo, o comunque qualsiasi discorso relativo alla sperimentazione o all’avanguardia. Perché trattasi di un lavoro che, ricavando gran parte del materiale dalla dark-wave britannica, rielabora il genere filtrandolo attraverso una sensibilità/produzione lo-fi, e deformandolo secondo le direttive di uno shoegaze a briglia sciolta; offrendo così largo spazio al synth e al discorso elettronico in generale, con la voce anch’essa filtrata e deformata quel tanto da rendere l’atmosfera ancora più insalubre di quella dei Joy DIvision, dei Sisters of Mercy, o dei “peggori” Cure. Questi ultimi sono poi i più citati da(i) Blank Dogs – moniker a quanto pare di una “one man band”. Ed è per questo che risultano un po’ rarefatti, che si tratti delle chitarre post-punk di ‘Ants’ e dei suoi phaser à la Pavement della prima ora, del mood “Cure” – che più Cure di così non si può – di ‘Blaring Speeches’, di quello eighties di ‘Twenty Two’, o dell’affascinante sytnh-pop catacombale di ‘Crystal Ladies’, dell’incalzante ‘Pieces’, della desolatissima ‘Epic Movies’ o della squinternata ‘Calico Hands’ (e così via). Ciò che conta però è l’aver nelle mani un caso esemplare di ‘new new wave’, in cui sono anche ben riassunti i tratti formali di questa nuova estetica DIY: un buon punto da cui partire, nella difficoltà oggettiva dell’orientarsi contemporaneo, fra realtà effimere e qualcosa che vale la pena di salvare, forse, dal marasma.

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