Come prendere un album come ‘L’amore non è bello’ del cantautore fidentino Giuseppe Peveri (in arte Dente)? E’ questo in effetti uno di quei lavori “ben fatti”, ben suonati, e più vicini certamente alla ‘canzone italiana’ nel senso più formalistico

del ‘genere’, che ad una forma di cantautorato come quella della tradizione nostrana. Più un Lucio Battisti, tanto per intenderci, che non un De Andrè. Ed è un modo strano di affrontare le sofferenze d’amore, quello di Dente, pur accostabile alla categoria delle canzoni “consolatorie”. Strano perché forse manca il codice per l’interpretazione adatta di queste canzoni agrodolci, con i testi piuttosto semplici che rasentano la stupidità (o l’ebetismo), non risultando però banali perché consapevoli. Come quando si sa di scrivere qualcosa che non è poesia, e lo si fa deliberatamente. Ciò che conta qui è la squisita trama fatta della sua voce tenue e mai sopra le righe, dei testi ricalcanti situazioni comuni della vita di coppia, della scrittura immediata e perfettamente in sintonia con quelli, e degli arrangiamenti ideati con gusto e parsimonia. Ma bisogna dirlo: è pur sempre la forma a prevalere sul contenuto, nonostante la classe di queste composizioni delicate come fiori. Classe evidente soprattutto in brani come ‘La presunta santità di Irene’, sicuramente uno dei pezzi forti dell’album, o nella melensa ‘Voce Piccolina’, nella tranquillità appena appena scossa di ‘Buon Appetito’, nella spensieratezza di ‘Sole’, nella bella ballata pianistica di ‘Parlando di lei a te’, e nella leggera (naif?) ‘Sempre uguale a mai’ (ecc.). E’ comunque per le anime romantiche che sono state pensate e scritte queste canzoni. Ma strane forse anche per il modo spiazzante di affrontare tali temi, con un’ironia cioè sottilissima che cade spesso in una sorta di rassegnazione pacata, trasmettendo in questo modo un senso di perdita d’energia e di fragilità eccessiva. Che talvolta può anche infastidire, se sprovvisti del codice.