Si chiamava Selinunte, un tempo, questa città dove ora si sono smarrite le parole. La gente qui non riesce a fare discorsi verbali (si è tramandato solo qualche verbo importante, ormai privo di sfumature), ci sono scuole di comunicazione che insegnano a capirsi attraverso la gestualità, di ciò che si ha attorno e si vede poco si conosce perché anche la storia si è persa.

A narrare di Selinunte c’è il protagonista, Nicolino, l’unico a ricordare il suono delle parole e il suo significato. Egli è innamorato di Primula e le parla attraverso suoni strani che lei non riesce a comprendere, come per illudersi che ancora sia possibile vivere nella vecchia Selinunte. Nicolino si perde in ricordi sonori, e torna a pensare alla propria infanzia, quando la città era diversa e la gente discuteva, e c’era il piacere di leggere un libro e poter immaginare attraverso il suono, o conoscere la propria storia. Perché a Selinunte tutto cambiò quando giunse lì il nuovo libraio, un uomo piccolo, brutto e curvo che amava i libri in maniera smisurata. Nicolino, la notte, giungeva in libreria, si nascondeva, e ascoltava il libraio leggere ad alta voce e le parole di quell’uomo rimanevano impresse nel suo cuore.
Tuttavia, la vicenda del libraio fu breve a causa dei pregiudizi della gente. Sugli abitanti di Selinunte incombeva una sorta di incantesimo, che nessuno poteva risparmiare, a parte Nicolino, che aveva saputo ascoltare.
Il libraio di Selinunte è un racconto che emoziona e ci trasmette l’importanza delle parole, dell’immaginazione e del sapere che i libri possono donarci. Roberto Vecchioni è indiscutibilmente abile nell’adoperare le parole e la forza che da esse si sprigiona. Non si smentisce come grande paroliere: in poche pagine si destreggia tra i sentimenti e i ricordi di Nicolino, facendoci immergere in una lettura appassionata che ci arricchisce e ci lascia con un sorriso nostalgico a fine lettura. Dal racconto Vecchioni ha tratto anche l’omonima canzone.