Uno a Londra ci va per imparare l’ inglese, si pensa nella logica comune, si trasferisce per cercare un lavoro e perché la grande metropoli rappresenta la speranza della realizzazione dei propri sogni.

Londra, città di band emergenti, dell’arte, dell’alternatività è meta di ragazzi pieni di desideri, di cervelli in fermento, di chi vuole guadagnare più denaro, di popoli latini che vedono una speranza in più alla povertà della propria terra.
E così la capitale britannica si popola di razze diverse, si connota di un’interculturalità che non esiste in nessun’altra parte del globo (forse solo a New York).
Londra è culla del mondo. Non perché qui si riconduca la genesi del pianeta, ma perché prima o poi in questa città si approda, per curiosità, per lasciare una piccola traccia o un grande segno. E la capitale di per sé graffia nella psiche, nella personalità, non lascia indifferente. Il fascino di Londra non sta nell’architettura (vittoriana per lo più accostata a quella stravagante e contemporanea della zona di Canary Wharf e Liverpool street) o nelle attrazioni turistiche, ma sta nella possibilità che l’imprevedibile accada, nella bellezza del mondo che si spiega ai propri occhi, nel numero elevato di incontri e conoscenze che si possono fare in un solo giorno.
A Londra non si impara davvero l’inglese, a meno che non si segua un corso, troppi sono gli stranieri, troppi i connazionali, per cui se si conoscono altre lingue è la fine. A Londra si va per conquistare qualcosa, per ritornare a casa con un bagaglio diverso, per segnare la propria vita, per aprire la propria mente. Eppure allo zaino pieno di sogni con cui qui vi si approda, spesso bisogna fare spazio ad un cumulo di frustrazioni, di umiliazioni, alla mancanza degli affetti, all’ alienazione cui portano gli orari di lavoro e l’alto grado di stress. A causa della cattiva conoscenza della lingua si inizia con i lavori più umili e così un bar o un ristorante diventano i posti per eccellenza in cui laureati senza lavoro trovano dimora. E così tra un “Is everything good?” rivolto al proprio cliente, si passa a scambiare quattro chiacchiere in spagnolo con i boliviani che lavorano in cucina, a un merci, al collega francese o un’imprecazione appresa dallo chef polacco. E quante storie si intrecciano, quanti sogni, in divenire o abbandonati al primo giorno di lavoro.Sul tragitto spesso si perdono gli obiettivi, ci si abitua a un modus vivendi, e si sprofonda nell’anonimato a cui la città porta…Sette milioni di abitanti senza contare gli stranieri…ma Londra è prettamente costituita da stranieri. Chi mi noterà? Come fare ad emergere? Come espriemersi nel proprio lavoro con una scarsa padronanza della lingua. Del fiume di popoli che arriva a Londra, in pochissimi si stabiliscono a vita. La maggior parte resiste per alcuni anni, “tempo di far soldi e tornare in America Latina” (a detta dei boliviani), tempo di imparare l’inglese e tornare con più conoscenze nella propria terra, di rinvigorirsi.
Un lenzuolo di odio e amore lega l’anima a Londra. Al suo interno ci si perde, al suo distacco la mente un po’ muore.

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