“allo specchio”: guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma per conoscerci  osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei nostri comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

I rischi della tolleranza

Ero al computer nel mio studio, di sera, quando all’improvviso scoppia una musica rock. Faceva caldo, ciononostante chiusi la finestra.I vetri non attenuarono i tamburi sordi e prepotenti. Sperai si trattasse di un disco o due e cercai di riprendere  a scrivere. Al terzo disco mi convinsi che non era possibile e dovevo fare qualcosa. Scesi al piano di sotto e bussai. Aprì una ragazza che vedevo spesso in ascensore: gli occhi svegli mi sorrisero. Ci salutammo e sperai bene. In due parole le dissi il mio problema e la invitai a salire per verificare. Non fece in tempo a rispondere che apparve dietro di lei un giovanottone grande e grosso, con gli occhi tondi e l’espressione cupa e diffidente. Non l’avevo mai visto. Rispiegai il tutto, invito compreso. E lui accettò di verificare come chi concede una cosa che non ha valore. Appena nel mio appartamento corsi nello studio ad aprire la finestra.
– Immaginate che io stia lì, concentrato sul mio lavoro.-
I vetri tremavano spaventati dai tamburi mentre il giovanottone guardava la scrivania come una cosa nuova che si comprende a fatica. La ragazza era mortificata.
– Ci scusi, dottore, ha ragione – fece lei, ma lui non voleva una resa così.
– Magari stavate ballando il rock – volli dispiacermi anch’io.
E lui tosto e cattivo: – Bé noi siamo giovani, a lei invece piace Beethoven -.
Replicai: – Beethoven è nello spazio. Un disco di Beethoven è stato scelto per trasportare nello spazio la nostra civiltà. Quanto al rock, io l’ho amato prima di voi e la musica che arriva fin qui la trovo divertente ( mentivo ). Faccio solo una questione di volume. Abbassatelo  e ve ne sarò grato. Dopo tutto, e lo fissai negli occhi con durezza, le chiedo di rispettare le mie esigenze che in questo momento sono diverse dalle sue.-
-Non si preoccupi, dottore, e ci scusi ancora.- Lei lo tirava per la manica. Lui avrebbe voluto picchiarmi ne sono certo.

In famiglia, a scuola, sul posto di lavoro, con gli amici, per strada, allo stadio…Non finiremmo di elencare i momenti in cui il singolo “si incontra” con gli altri per libera scelta o perché costretto. E affinché l’incontro non diventi “scontro” è necessaria un’abilità sociale tra le più difficili da acquisire: la tolleranza. Che una volta acquisita ci fa correre seri rischi. Il più diffuso: si diventa permissivi. La tolleranza è alla base della democrazia, e si sa – lo sanno soprattutto gli studiosi di psicologia sociale – una gestione democratica scivola assai spesso in una permissiva. Pensiamo a quanti genitori confondono la comprensione con il lassismo!
La società fonda la sua stessa esistenza “sull’accordo delle parti” che impli¬ca la rinuncia del singolo al concetto di libertà incondizionata. Così le leggi ” imbrigliano” la nostra libertà e la guidano stabilendo diritti e doveri; ma al di là della legge riconosciuta e osservata, ci troviamo a dover affrontare e risolvere problemi di convivenza non contemplati dalle leggi, dove la soluzione viene data dal buon senso e dalla capacità di tollerare ciò che a tutta prima ci dà fastidio. È  proprio il “corridoio” tra la propria libertà e quella degli altri che occorre definire quotidianamente, di volta in volta con grande cura senza rimetterci troppo.

Distinguere il diritto dal bisogno: il diritto, per esempio, a non essere disturbato da rumori molesti provocati dai vicini è diverso dal bisogno di avere silenzio intorno per particolari condizioni. La legge stabilisce i decibel e gli orari per i ” rumori”, ma è la tolleranza che “governa” i decibel, la tolleranza che permette di mettersi nei panni dell’altro. Ecco, anche qui il rischio è grosso. Per comprendere dovremmo fare più spesso questi rovesciamenti, ma stare attenti che non siano giravolte senza ritorno. Alla fine dobbiamo individuare la nostra autentica esigenza e affermarla. Si può obiettare: Allora, se la conclusione è la stessa, a che vale comprendere? Comprendere! E vi pare poco? Per questo io  cercai di comprendere il giovanottone
Chiusi la porta alle loro spalle e provai a immaginare come avrebbe raccontato l’accaduto. Non era difficile, e abbandonai l’impresa. Era più difficile pensare con la sua testa calda, rovesciarmi dalla sua parte, capire che forse aveva bisogno di stordirsi più di quanto già lo fosse; vedere me stesso, me scrittore, con i suoi occhi alla luce delle sue esigenze.
Per riuscire in questo totale capovolgimento dovevo partire appunto dai suoi bisogni e dal suo modo di essere e di vivere. Dovevo indossare altre lenti, che mi offrissero una visione del mondo, dove non c’erano scrivanie né luci concentrate su carte e libri e tantomeno libri, dove non c’era altra musica che il rock. Dovevo però stare attento a non restringere una tale visione: mi avrebbe fatto comodo, ma avrebbe falsato la realtà. Per rendermi più difficile il compito insomma dovevo “inventarmi” come giovanottone buono.

Così “mi realizzai e mi vidi” giovanottone di un metro e ottanta e gli occhi tondi, serio, onesto, lavoratore, che alla fine della giornata infila un meritato compact nello stereo. La “mia” esigenza è di stordirmi, abituato come sono alle discoteche, a godere della musica totale che non ti fa pensare nemmeno alla musica stessa perché lo scopo è proprio quello di confondersi con la musica. La “mia” visione delle cose si basa su un approccio di tipo sensitivo: afferro la sostanza delle cose da un particolare, ed ecco che la scrivania mi risulta statica, chiusa, pallida, silenziosa, priva di vita. Mi vidi frustrato nella mia sana esigenza di  essere  musica da un vecchio, con la barba bianca, senza voglia di vivere, che mi voleva convincere di una cosa assurda: essere come lui. Dovevo rifiutare con tutta la mia forza questa violenza. Io voglio ascoltare la mia musica, perché costui vuole negarmela? E perché la mia ragazza è così arrendevole? Non si accorge che ci vuole morti come lui, inerti su una poltrona? La mia ragazza mi tira per la giacca; faccio come vuole, a volte ha buon senso. Però appena in ascensore mi arrabbio un po’ e invece lei mi dice che non ci costa niente abbassare il volume, perché quello sta lavorando.

Allora io-giovanottone di un metro e ottanta, serio, onesto, lavoratore, in fondo buono, cui hanno insegnato che bisogna mettersi dalla parte dell’altro per capire le sue esigenze, immagino di essere un dottore che studia e si aggiorna per i suoi pazienti e ha bisogno di silenzio per concentrarsi. La mia ragazza ha ragione, come sempre, e il dottore deve studiare, quello che fa è utile, perciò abbasso il volume. Perché io ho voglia di ballare, perciò io-giovanottone di un metro… perdinci mi ingarbuglio… io chi sono e chi sto immaginando di essere? Basta! Sono il giovanottone! mi sbatto la ragazza e ballo il rock.
Insomma in breve mi confusi,  non sapevo più chi ero  e tralasciai il lavoro.
Questo gioco di entrare nell’altro è proprio pericoloso per la miseria!

 

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