“allo specchio”: guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma per conoscerci  osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

Il turismo e l’orrore

Mi impongo alcuni principi guida: se voglio commentare fatti di cronaca devo attendere qualche settimana, per me e per i lettori. È probabile che chi scrive e chi legge siano entrambi più sereni nell’osservare, dopo, un evento sul quale si è parlato e discusso a lungo in precedenza, che ha colpito positivamente o negativamente l’opinione pubblica.
Altro principio cui attenermi riguarda solo me: esercitare un maggiore autocontrollo, una sorveglianza speciale. Se il fatto di cronaca è straordinario, devo evitare le definizioni; voglio pormi come uno che esplora, che accende i riflettori sui possibili motivi alla base dell’evento, anche i più improbabili. Se il fatto di cronaca è straordinario molto probabilmente sono straordinarie anche le cause e le condizioni che lo hanno generato. E dunque non devo pormi come uno psicologo che sa (ammesso che uno psicologo sappia), ma come un ricercatore che indaga.
In realtà questo dovrebbe essere sempre l’approccio dello psicologo, perché la psicologia ambisce a diventare scienza esatta – e questa ambizione è un bene – ma resta ancora oggi (domani chissà) una scienza “fluttuante”, perché assai fluttuante è l’oggetto di studio, l’essere umano, e ciò non soltanto per sua natura, ma anche per la variabilità delle condizioni  in cui si viene a trovare, in cui opera, in cui si esprime.
I giornali di qualche settimana fa, riportando la cronaca di Avetrana e di come questa cittadina fosse invasa da “turisti”, riferivano il risultato di interviste “al volo”, cioè di risposte e spiegazioni del perché ci si recava nei luoghi di un crimine così nefando.

Il motivo riferito da alcune persone era: “condividere il dolore di una famiglia”. Questa motivazione,  anche se viene scartata da chi è in grado di andare al di là delle parole per cercare le vere esigenze alla base di un’azione, deve però essere presa in considerazione, secondo me, perché spiega qualcosa di importante. Questo motivo dichiarato, ove fosse ovviamente sincero, ha una funzione: quella di rassicurare la persona che agisce, in questo caso la persona che si reca ad Avetrana. Si spiegherebbe così un aspetto particolare di questi viaggi della ”empatia”, un aspetto all’apparenza allucinante: la presenza di bambini al seguito (come si è visto nei documenti dei telegiornali). Il bambino infatti rassicurerebbe l’adulto, testimonierebbe che il “pellegrinaggio” è veramente spinto dal bisogno di essere vicino, sostenere, partecipare, condividere. Purtroppo però il bambino ha eccezionali capacità di osservazione e ciò che osserva lo elaborerà più tardi e, a seconda delle esperienze acquisite e delle strategie cognitive che avrà imparato a utilizzare, imiterà questi modelli o li rifiuterà. Nel primo caso non avrà bisogno di essere rassicurato e in situazioni analoghe potrebbe utilizzare la telecamera (pare che alcuni adulti già la usassero ad Avetrana); nel secondo caso il suo rifiuto sarà più forte quanto più  intuirà i bisogni che sono alla base di tali comportamenti.
E quali potrebbero essere questi bisogni,  i motivi reali che hanno portato centinaia di persone ad Avetrana? È necessaria una “minuscola” premessa.

McLuhan, negli anni Sessanta, ha considerato i cambiamenti nella storia a partire dall’ epoca dell’invenzione della stampa, e ha concluso che le notizie, veicolate dai mezzi di comunicazione di massa, hanno avuto e hanno conseguenze di grande portata al punto che si può dire che il mezzo è il messaggio. L’intuizione del grande studioso della comunicazione ci ha convinto che il mezzo e il messaggio coincidono per via delle conseguenze. In questi ultimi decenni la televisione, ancora più del giornale e della radio, pone di fronte a tutti quanto McLuhan avesse ragione. Perché la notizia di un delitto, data dalla televisione, ha un iter ancora più intrusivo. Con conseguenze – si è visto – impressionanti.
Prima di tutto non siamo noi a cercarla questa notizia (almeno all’inizio). È  la notizia che ci cerca, entrando dentro la nostra casa, veicolata da un mezzo di comunicazione dal quale attingiamo di tutto, comprese le finzioni (le fiction, i film, i telefilm) assai simili alla realtà, quindi paragonabili alla notizia stessa. Il linguaggio utilizzato dalla televisione non è solo quello verbale, è soprattutto il linguaggio analogico delle immagini, molto più immediato, potente e penetrante, con dovizia di particolari – ricchezza permessa da tecnologie raffinate – e con l’uso di strategie martellanti, quali la ridondanza del messaggio. E ciò per creare dipendenza, che produce ascolto e dunque denaro.
Questa premessa mette a fuoco le condizioni che smuovono i bisogni. Faccio ipotesi sui motivi che avrebbero spinto “ i turisti di Avetrana”.

Il mezzo è il messaggio: se io sono là, “dentro” il televisore,  sono anch’io il messaggio, l’informazione. Anch’io faccio notizia. Questo sarebbe un motivo. Rafforzato dal successivo, che è simile, non uguale: è un altro punto di vista.
La notizia che torna continuamente in modo martellante sveglierebbe particolari bisogni. Uno potrebbe essere: la voglia di essere là. Per dire ci sono anch’io. Oppure essere un protagonista. Non ha importanza di cosa.
Ancora: la confusione tra fiction e realtà, generata dal fatto che lo stesso mezzo tratta con disinvoltura e mischia l’una e l’altra, trova terreno fertile nelle persone non abituate a utilizzare difese che pongano argini e discriminazioni. Nascerebbe il bisogno di vivere emozioni, meglio se si cerca la fonte dell’emozione.
Altro motivo potrebbe essere semplicemente l’attrazione dell’orrido. Che l’orrido attragga è un fatto. E’ un fatto pure che a volte tale contorta esigenza la nascondiamo a noi stessi inventandoci scuse e giustificazioni. Intanto quando un’attrazione è forte perdiamo la capacità di autosservazione, cadiamo nel ridicolo, o, come nel caso dei “turisti” di Avetrana, nell’orrido. Sarebbero così diventati ciò che  desideravano.

 

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