Partiamo dalle tue origini artistiche, quando hai iniziato a interessarti alla musica?

Tralasciando la musica “ascoltata” (il capitolo sarebbe davvero troppo lungo) e con riferimento esclusivo a quella “suonata”… beh, è stato quando già a 9-10 anni suonicchiavo a orecchio e spontaneamente semplici melodie, con l’ausilio però della sola mano destra, sul vecchissimo “armonium” elettrico

(molto rumoroso!) di mio zio Vittorio, il quale (un paio d’anni dopo) m’illustrò anche i rudimenti teorici del pentagramma, che tuttora mi rimangono. La cosa pareva però morire là, nonostante nel nostro salotto di casa ci fosse da sempre una chitarra acustica, comprata da mio padre, ma che nessuno sapeva suonare. Invece a diciassette anni ci fu una vera folgorazione: Andrea Baccassino (noto cabarettista di Nardò e mio compagno di Liceo) musicò una mia poesia intitolata “Una volta soltanto” e da lì mi venne la voglia di imparare a suonare quel brano. Da questo impulso iniziale, mi gettai poi anima e corpo a studiare la tastiera e, dopo un paio di mesi, anche la chitarra acustica.

Raccontaci un po’ del tuo percorso artistico.

Ho iniziato a suonare in una coverband a 18 anni con mio cugino Michele Mariano, la band si chiamava “Heaven’s Door”, ero alle tastiere e seconda voce.
Al contempo però mi sono buttato presto a scrivere canzoni tutte mie, sempre nel ’92, ma all’inizio non le cantavo in pubblico quasi mai. Erano quasi tutte canzoni d’amore, ma molto ingenue, e questo è accaduto fino al ’96: un periodo non molto prolifico e pieno di pezzi un po’ monocordi, di amori non corrisposti e troppo più grandi di me.
A un certo punto però ho iniziato a raccontare più delle storie introspettive e di ricerca di un percorso e di una strada, a volte anche in terza persona: ne sentivo l’esigenza, per esplorare più gli altri e il mondo. In fondo ho sempre amato la letteratura e scrivere canzoni che erano delle vere storie evocava quel mio amore per i romanzi e soprattutto per i racconti noir, grotteschi, surreali, fantastici, allegorici (D. Buzzati, E. A. Poe, Pirandello, King, Calvino, Chesterton).
A questa seconda fase (abbastanza lunga, almeno di 6 anni), ne è seguita una terza, agli inizi degli anni 2000, in cui la mia coscienza civile e l’insofferenza (verso ciò che la mia morale e visione del mondo mi indicavano rispetto invece a ciò che vedevo intorno) mi hanno portato a scrivere, di pancia, canzoni arrabbiate o sarcastiche a sfondo sociale-civile, anche forse come pungolo per la gente anestetizzata dal potere.
Infine, negli ultimi anni, ho sviluppato ancora di più in musica una mia caratteristica caratteriale che però in passato avevo inserito molto meno nei brani: l’ironia, spesso anche teatrale, con cui spesso un messaggio arriva prima ed è compreso meglio e più in profondità, perché l’ironia e il sorriso non hanno filtri.

Cos’è la musica per te?

Libertà, emozione, comunicazione, creatività, vita, applicazione. Crescita.
Ma soprattutto, per me, la musica è: INCONTRO.
Incontro con me stesso, con la parte più intima e vera di me: forza e fragilità al contempo, un aspetto che ci tengo sia visibile all’esterno, tra i lati più in evidenza del mio percorso personale.
E poi (che lo dico a fare?) è incontro con gli altri: non c’è nulla che mi abbia arricchito di più, nella mia vita, degli incontri speciali che ho fatto grazie alla musica. Nulla.

Dove trovi l’ispirazione per le tue canzoni? Quale delle tue canzoni, quella che più ti rappresenta?

L’ispirazione la trovo attorno a me, spesso nelle insopportabili contraddizioni o meschinità dell’essere umano, contraddizioni che amo mettere in risalto anche spietatamente, specie se sono derivanti da un appannamento del livello di vigilanza o da pura, cinica e bieca mancanza di morale.
E la trovo anche dentro di me, nelle pieghe intime dei miei dolori o gioie.
La canzone che mi rappresenta di più, come molti sanno, è la ballata “Questo tempo che ho”, terza traccia del mio CD. E’ una riflessione malinconica sul tempo, eppure piena di speranza: la speranza di trovare sempre nel mondo braccia pronte ad accoglierci e a stringerci. Io sono così: speranzoso/entusiasta da un lato e malinconico dall’altro. Ambivalente.

Come sta andando il tuo album dal titolo “Asincrono”? Quale il filo conduttore dell’album?

Meglio non potevo aspettarmi, in fondo, da un’autoproduzione! Le vendite vanno a gonfie vele,  mi scrivono in privato a luimariano@vodafone.it per richiedere il disco, che al momento (ancora per poco) dunque non ha una distribuzione a tappeto sul territorio nazionale, ma può contare sulla mia volontà di spedirlo a tutti ovunque, previa conoscenza dell’indirizzo postale di chi lo desidera.
Il filo conduttore del disco è il tempo e l’incapacità, spesso, di domarlo.
Ritengo che bisognerebbe imparare (perché si può imparare, ne sono certo!!) a gestire al meglio la propria vita (affettiva, professionale, relazionale, sociale, ecc). Ma spesso molti non ce la fanno e nel disco parlo di queste persone. Di chi si attira tutte le sfighe di Fantozzi (“Il giorno no”), di chi resta isolato (“Solo su un’isola deserta”), di chi non riesce a comunicare col padre (“Edoardo”), di chi non riesce ad avere la stessa lunghezza d’onda e d’intenti col proprio partner (“Asincrono”) e pone fine a una storia (“Non ti chiamerò”), di chi a causa di tutto questo s’irrita, si annoia e iniziano “a girargli” (“Il solito giro di blues”), di chi durante il giorno soccombe, somatizzando tutto sul corpo (“Il singhiozzo”), di chi alla fine decide che s’è rotto abbastanza e manda tutti a quel paese (”Canzone di rottura”).
La tensione di tutte queste emozioni piuttosto “sofferte”…. È mitigata finalmente dal brano conclusivo, “Intimità”, che nella dolcezza della passione e dell’erotismo, in un miscuglio di immagini esplicite e di metafore, riesce a trovare finalmente tregua in quel sorriso finale di lei dopo l’amore. Sì, volevo un finale positivo della storia. Volevo un sorriso finale.

Quanto è importante il rapporto con il pubblico?

Molto, moltissimo. Essenziale.
Si fa questo mestiere per comunicare, in modo speciale, con altre persone che ascoltano e che sono spesso sensibilissime, così sensibili al punto tale (a volte) da riuscire anche a capire il perché abbiamo scritto alcuni pezzi, quando a volte neanche i cantautori lo sanno. Forse è perché in quei pezzi c’è una parte di quelle persone, una parte che non riescono a tirare fuori. Essere riusciti a farlo anche per loro inorgoglisce ogni artista che abbia un minimo di sèguito, oltre che di sensibilità.
Può anche succedere a volte di non essere affatto capiti artisticamente dalla gente, o snobbati con superficialità, ma è giusto che ogni artista abbia il suo pubblico e abbia anche quelli che non lo apprezzano e lo snobbano: succede anche con i grandissimi della storia della musica, figurarsi poi con noi emergenti. In genere credo che le persone che amano le mie canzoni abbiano molto di me anche a livello caratteriale: un tipo di sensibilità molto affine. Così come mi sono accorto del contrario, ossia che chi non mi capiva a livello artistico, era distante da me anche umanamente, come valori e modo di essere.
La fortissima vicinanza umana con moltissimi miei ammiratori o acquirenti del mio CD nella maggior parte dei casi dà vita a dei rapporti d’amicizia. Sono amico di quasi tutti quelli che ascoltano il mio CD e vengono anche più volte ai concerti: è una cosa naturale, siamo simili.
Dal vivo, nei concerti, cerco luoghi adatti all’ascolto, perché il mio genere musicale, molto cantautorale, ironico-teatrale, e quasi sempre molto riflessivo, presuppone un’atmosfera rilassata, d’attenzione. Non faccio una musica di sottofondo, quasi mai. Ecco perché m’infastidisce il rumore, il chiacchiericcio continuo, anche se capisco che ci sono dei pub in cui uno va lì apposta per parlare e forse dovrei essere io a evitare alcuni posti. Non sempre è possibile, si deve per forza alternare, perché io non mi muovo solo per passione ma anche perché è il mio lavoro. L’esperienza mi ha però insegnato a suonare anche senza l’attenzione del pubblico. Per superare il tutto, mi è servito girare molto, per anni, in vari locali e in varie città d’Italia, specie al nord. Cerco comunque, per quanto possibile, di scegliere i locali un po’ più adatti, come “L’asino che vola” di Roma, per esempio, uno dei miei locali di riferimento. Se l’atmosfera è giusta, tra una canzone e l’altra comincio a raccontare e parlare con il pubblico. Quando le cose vanno, diversamente, invece non vedo l’ora di partire con un altro pezzo. Anche l’esibizione piano e chitarra che ho fatto al “N’importe Quoi” di Roma con Piergiorgio Faraglia il 20 ottobre scorso, nell’incontro moderato dal giornalista de “Il Tempo” Stefano Mannucci, credo sia andata molto bene.

Ci racconti un episodio “live” che ti è rimasto impresso nella mente?

Ricordo quando due anni fa, dicembre 2008, dovevo fare un concerto all’Auditorium Stensen di Firenze e, per preparare il tutto al meglio, mi trovai là, con tutti i miei amici e collaboratori, molto presto, fin dalle 16 del pomeriggio (il concerto era previsto per le 21). Al momento di iniziare il soundcheck, ci siamo subito accorti che non arrivava la corrente, assolutamente. E nessuno dell’Auditorium pareva minimamente saperci dare una mano. Sembrava tutto irreale. Passarono invano delle ore e nulla. Iniziò e terminò persino, lì, nello stesso Auditorium, una conferenza sui temi delle banche etiche, con don Gallo che fece da mattatore assoluto. E noi a fremere…… non avevamo neanche iniziato il check. Eravamo disperati: finita la conferenza, in teoria, sarebbe dovuto iniziare il concerto. Era evidente che sarebbe saltato tutto. La corrente non arrivava, né si poteva risolvere il problema tecnico dopo la conferenza: non c’era proprio più tempo. Sconsolato, ho cominciato a dirlo alla gente e ai tanti amici accorsi. Invece…. come per miracolo…. Il mio “presidente” Francesco M. Zinno (lo chiamo così perché s’è guadagnato questa carica di presidente d’ufficio, dopo tutto quello che ha fatto per me in questi anni) ha avuto un’illuminazione, è entrato nella saletta-controllo luci e ne è uscito trionfante: problema risolto, la corrente di botto arrivò. Check fatto in meno di 5’. Un check-lampo, credo record mondiale. La serata andò benissimo. Dopo un’esperienza simile ho capito che nessun problema tecnico pre-concerto, spesso da situazione pre-panico, potrà mai scalfirmi più di tanto: alla fine si risolve sempre tutto e si suona.

Hai un sogno in particolare che ti piacerebbe realizzare?

Beh, un bel duetto con Springsteen è possibile realizzarlo?  
Il mio sogno artistico è in realtà di una semplicità sconcertante: campare di musica dignitosamente, senza le umiliazioni (da quelle economiche a quelle artistiche) a tutt’oggi inflitte a tutti i cantautori cosiddetti emergenti, che pure suonano da moltissimi anni.
E girare ovunque a fare concerti, magari nei teatri.
Riuscire sempre a comunicare emozioni a chi mi segue.

Che cosa dobbiamo aspettarci in futuro?

Di tutto!! Sto cercando di migliorarmi sempre più e di farmi conoscere il più possibile, per una duplice fondamentale ragione: l’ovvia piccola ambizione artistica di arrivare a tutti quelli cui potrei potenzialmente piacere; nonché l’esigenza impellente di vivere di musica in modo via via sempre più dignitoso e meno “affannato”, data la dignità di lavoro che ho dato a quello che faccio. L’epoca storica favorisce di più i musicisti solo a livello tecnologico, ma meno che zero a livello culturale: la musica non è considerata quasi mai cultura.

Siamo alla conclusione, grazie per il tempo dedicatoci. A te l’ultima parola

Ai cari lettori che hanno avuto la curiosità e la gentilezza di leggere, vorrei dire di venire a leggere su di me o a seguire i miei spostamenti sul sito  www.myspace.com/luimariano (su cui tra l’altro c’è sempre un elenco aggiornato di tutte le date dei concerti, compresi quelle salentini).
Vorrei poi consigliare vivamente di comprare il mio disco (contattandomi in privato), perché non se ne pentiranno assolutamente. E’ un disco che (ho scoperto con gioia) piace davvero a tutti: da quelli più snob, o dai palati più fini e difficili, alla gente più semplice e diretta, dai giornalisti più scafati agli addetti ai lavori musicali, forse perché racchiude al suo interno varie anime e sfaccettature: i sentimenti (amore, passione, rapporto col padre, o con la propria vita) o altre emozioni forti come la rabbia e l’indignazione civile, a volte intrise di sarcasmo e più spesso qua e là addolcite da grosse spruzzate di ironia e sano divertimento. Un CD ricco, agile, riflessivo, denso e divertente.
Il CD è anche in vendita a GALATONE, la mia città d’origine, in questi due posti:
Libreria “Hemingway” e Agenzia viaggi “FIFLA” .
Non posso naturalmente non invitare tutti a venire anche ai miei concerti, in particolare: occhio al mio tour salentino di dicembre-gennaio. Sto via via programmando il tour, ma sono due le date già fissate (con Andrea Baccassino alla tastiera):
7 gennaio: “BAKAYOKO’” PARABITA
14 gennaio: “VITE  Vinotecherie musicali “ NARDO’

Vi aspetto!

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