I nuovi media e la trasmissione della fede attraverso di essi, sono temi e problematiche che stanno molto a cuore alla Chiesa. E lo scorso 25 novembre, presso la Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura – Seraphicum” di Roma, si è tenuto un convegno sul tema: “L’educazione alla fede cristiana nell’epoca di Internet”.

Dopo i saluti introduttivi del preside Domenico Paoletti, c’è stato l’intervento del prof. Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici oltre che docente di psicopatologia presso la Pontificia Università Gregoriana e di psichiatria all’Ateneo pontificio “Regina Apostolorum”, il quale ha iniziato mostrando ai presenti un video nel quale un bambino si innervosisce mentre gioca su Internet. «Stiamo costruendo una generazione – ha detto Cantelmi – capace di entrare in contatto con l’altro attraverso la mediazione tecnologica (social network, e-mail, chat, ecc), e incapaci di relazionarsi face to face».
Oggi prevalgono gli interessi individuali. I legami sono diventati più liquidi e sempre meno solidi, perché non si sente più l’esigenza di responsabilità e di impegno nel costruire una relazione con l’altro, che il più delle volte diventa superficiale e soprattutto virtuale. Cantelmi ha infatti parlato di “Tecnomediazione della relazione” per far comprendere come il telefonino, il computer, un video gioco, lo stesso Facebook, non siano strumenti, ma mondi da abitare dove i nativi digitali, ovvero coloro che sono nati tra il 1990 e il 2000, vi entrano fin da subito.
L’allarme lanciato dallo psichiatra è la conseguenza che può portare una relazione interattiva e tecno-liquida dove gioca molto la ricerca delle emozioni. Un’amicizia, un amore, una relazione, potrebbe non aver senso se non provoca emozioni, a prescindere dal passato, dai progetti per il futuro, dall’avere dei figli. «La tecnologia – ha riflettuto il docente – ci porta ad amare e preferire le connessioni, rispetto alle relazioni».
C’è addirittura una forma narcisistica dove il proprio io prende il sopravvento. Il prof. Cantelmi lo ha infatti dimostrato, a partire ad esempio dalle foto dei profili dei social network.
E alla fine anche un video per farci riflettere come la tecnologia oltre al modo di vivere, sta cambiando il nostro modo di morire. È la storia di Silvia che, malata di cancro all’utero, decide di utilizzare un blog per raccontare la sua storia e condividere la sua sofferenza che ha coinvolto anche la sua famiglia: nel giro di una settimana ha ricevuto centinaia di contatti e messaggi di affetto da parte di sconosciuti che sono capitati per caso sulla sua bacheca. Silvia, nel suo dolore, sembra però molto contenta di questo risultato. «Ci viene il dubbio – ha detto alla fine Tonino Cantelmi – se questa innovazione possa essere stata la scelta migliore o sarebbe stato la meglio qualcosa di diverso e vivere la malattia in maniera più intima con le persone che ci circondano e che ci sono più care».

Tra i relatori, anche P. Enzo Bianchi, monaco, priore della comunità di Bose, per il quale stiamo vivendo in un era caratterizzata da molti ostacoli, a tal punto che gli uomini sembrano essere indifferenti alla fede, e coloro che si ritengono cristiani sembrano essere in difficoltà nel loro dialogo e rapporto con Dio e una minoranza in contrasto con la società.
Da qui la difficoltà della trasmissione della fede, tema sempre più urgente. «In questo periodo – ha detto il monaco – cattiva consigliera è la paura, l’ansia, sentimenti che portano la Chiesa a rinchiudersi in una cittadella insidiata e ci si dimentica di seguire la via percorsa da Gesù, che si è impegnato tra le genti». Gesù è quindi un pedagogo nella trasmissione della fede, è un modello di vita, è un educatore della fede. E la fede è un dono che viene da Dio, è un atto dell’uomo che crede, coinvolge tutto il suo essere e riesce a entrare in una relazione umana.
Un esempio anche per i giovani di oggi. «La fede – ha aggiunto Enzo Bianchi – ci permette di vivere anche una storia d’amore anche tra due fidanzati. Fidanzati deriva da fede. E per vivere un rapporto di fidanzamento, non dobbiamo fidarci l’uno dell’altra? E quell’anello di fidanzamento non è poi un vincolo di fede?».
Per il priore di Bose dobbiamo recuperare la capacità di vivere in pienezza la nostra fede. Non si può aver fede in Gesù, se non abbiamo fiducia in chi ci circonda.
Sull’esempio di Gesù, dobbiamo incontrare l’altro in quanto tale, uomo come noi e saperlo accogliere come persona.

Al convegno è intervenuto anche il professor Orlando Todisco, docente al Seraphicum e all’Università di Cassino, e tra i presenti in sala Padre Jerzy Norel, vicario generale dell’Ordine dei Frati minori conventuali.

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