Non attendevo l’arrivo di chimere, né paventavo gli agguati prossimi dell’amarezza. Nemmeno desideravo di essere particolarmente forte. Aspettando di crescere e decidere come sarei diventato, volevo semplicemente essere io.

Così, scivolando tra i vicoli che avvicinano all’età della ragione, sognavo zucchero e vento, scorrazzando coi miei coetanei sotto cieli diversi che, chissà perché, ci sembravano sempre attraversabili, e ben disposti. Ricordo che avevamo un certo imbarazzo a svelarci i progetti per l’avvenire. Il futuro ci toglieva confidenza, e ci rendeva tutt’a un tratto pudichi. Ne eravamo ingordi, e ne avevamo rispetto. Temevamo di poterlo rovinare in partenza: prima che fossimo pronti; prima che ci scegliesse. E allora ripiegavamo timidamente su ciò che agli occhi di tutti appariva innocuo, e naturale per ragazzi ancora imberbi, e pericolosamente innocenti. Dei kamikaze della vita, in fondo, che si affannavano a diventare grandi inseguendo aquiloni di fortuna, spaventando biecamente piccioni famelici e  ignari, e perpetuando ciecamente la tradizione dei giochi di strada. Cavalcando a  memoria i passatempi di gruppo,  e ripetendo per inerzia formule senza senso. Ricordo con discreto risentimento, e con un pizzico di invidia per quello che allora non conoscevo di essere, e che non avevo ancora appreso, e saputo – e per tutto ciò che avrei ignorato o non scoperto ancora per molto – che ‘Un Due Tre, Stella’, ‘Sasso, Forbici e Carta’, e ‘Dire , Fare,  Baciare, Lettera, Testamento’ erano i ritornelli più gettonati. Ogni giorno. E che non eravamo mai stanchi di ripeterli, e tramandarli. Oggi capisco che, in realtà, si trattava di pura, inviolabile scaramanzia. E dei primi, teneri spiccioli di speranza. Eravamo giovani, e indifesi. Varcavamo spavaldi le stagioni del presente, senza grosse complicazioni, come fossimo invincibili. Eravamo una promessa scalza ma vestita di virtù. Eravamo maldestri, testardi, entusiasti. Trasparenti funamboli del mondo. Pirati fai – da – te  dell’incoscienza. In una parola, eravamo vivi.

Dire, Fare, Baciare, Lettera, Testamento: litania inqualificabile, non c’è verso.  E il gioco andrebbe certamente rivisitato; svecchiato. Di più: urgerebbe rinegoziarlo, a cominciare dal nome; forse, oramai, sarebbe proprio il caso di preferirgli Dire, Fare, Mentire, Scrivere, Morire; e viene anche  spontaneo spiegare subito il perché. Insomma, confessiamocelo: si può presto essere d’accordo che sul Dire, sul Fare e sul Baciare c’è poco da lambiccarsi il cervello. Non solo basta vivere, ma anche semplicemente osservare è sufficiente a farsi un’idea di cosa tali azioni implichino per tutti noi ridicoli umani. Mentire, Scrivere e Morire sono invece una triade che merita un trattamento a parte. Anzi, già presi singolarmente non scherzano, quindi figuriamoci! Dunque sappiamo già che, nell’ordine:
–    Mentire è dire meno o troppo, di solito non proprio a fin di bene. Perché lo si fa? Dipende.
Principalmente per paura, direi. Paura di dire, di fare e di baciare, innanzitutto. Ma anche paura di   sentire, suggerisco. Che significa provare sentimenti, ma soprattutto ascoltare con cura e dedizione. Poiché l’ascolto è un atto d’amore, oltre che un’arte dell’intelligenza. Ambedue padroni esigenti, l’amore e l’intelligenza, cui bisogna sempre dare conto con coraggio, e senza barare. E quando mai? Donde, mentire. Donde, scrivere. E donde, morire
–    Scrivere è dire con la forza della mente, fare con le parole, baciare con le storie che si
raccontano. Ma, soprattutto, scrivere è mentire. A chi? A se stessi. Come? Passando vigliaccamente il testimone agli altri, dopo essersi liberati di un veleno sottile che si annidava alla base della nuca, fino a rosicchiare i nervi. La scrittura è essenzialmente dolore, e vanità. La scrittura è un rumore di sottofondo nel retro dei pensieri. E difficilmente i rumori sono musicali e procurano piacere. Lo scotto che si paga lo si calcola in numero di sistoli e diastoli passate davanti al foglio bianco, che urla affamato. In numero di ore di vita fittizia, e piena, e sicura. In numero di minuti tremendi trascorsi fuori da quel territorio impervio ma solidale. In numero di spazi di silenzio, e di soste senza luce, a voce alta e testa bassa.  Momenti cattivi. E indimenticabili. Da morire.
–    Morire è un treno vuoto con troppi vagoni. L’equivalente di: sostanzialmente inutile. In
verità, le rotaie sulle quali viaggia il penoso convoglio porterebbero più spesso in questo mondo che nell’aldilà, visto che chi muore scompare una volta per tutte, e  lascia tutto ciò che resta per sempre a chi rimane. Senza scampo. Non è facile. E non è piacevole. Non tanto per la morte in sé, quanto per l’inganno dell’esistenza. E’ una burla, diciamocelo. E purtroppo non se ne viene fuori. Non ci si può consolare dell’idea della morte. E’ tormentosa. E’ un malessere insito nelle sinapsi del cervello, cucito nel disegno elicoidale del DNA. E allora? E allora ci raccontiamo montagne di frottole. Ossia, mentiamo. Ci inventiamo le cose. Cioè, scriviamo. E quando abbiamo finito di leggere, e di struggerci per quelle bugie scritte così bene, allora non ci resta che consumarci di sospiri. E pensare. Smettere di dire. Rinunciare a fare. Non avere più voglia di baciare. E finalmente, morire.

Dire, Fare, Baciare, Lettera. Testamento: gioco desueto da maneggiare con cura.
Dire, Fare, Mentire, Scrivere, Morire: gioco del destino al quale è impossibile sfuggire.

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