Il film-maker è una figura professionale  – anche un’attività amatoriale – apparsa in questi ultimi decenni in cui lo sviluppo tecnologico ha permesso la nascita di un cinema indipendente anche se povero.

Il film-maker e il cinema povero

Nei più recenti dizionari la voce film-maker è spiegata così:  autore di un film, di cui segue tutte le fasi della lavorazione, curando il soggetto, la sceneggiatura, la regia, il montaggio..
In realtà, il dizionario non lo dice perché ci sono eccezioni ma il film-maker è anche produttore. Insomma autore e proprietario del film. Importante questa precisazione perché è alla base del cinema povero. Qui io scrivo e prendo appunti sulle differenze tra questo cinema e il cinema ricco, annoto i problemi che affronta il film-maker per creare in me una consapevolezza dei limiti e dei vantaggi. Con ciò ho già un’idea precisa e sincretica del film-maker, ma per comprendere meglio occorre aggiungere qualcosa sul perché si è sviluppato il cinema povero.
Il cinema povero ha costi irrisori, il cinema ricco non ha limiti. Il primo film l’ho realizzato parecchi anni fa con l’aiuto di un amico che possedeva una superotto, con mia sorella e mio cugino come attori, al montaggio univamo le pellicole con lo scotch trasparente. Erano gli esordi, rozzi, del cinema povero. Negli ultimi decenni la tecnologia ha compiuto il miracolo: la televisione e poi le telecamere digitali per registrare, il computer e poi i software sofisticati per montare  e creare effetti. I costi sono  stati abbattuti e occhi inesperti faticano a distinguere il cinema povero da quello ricco senza fare ricorso ad elementi come per esempio gli interpreti o le scene.
Siamo nell’era dell’immagine e il bisogno di raccontare ha un’altra possibilità, il linguaggio filmico, alternativa alla narrativa letteraria.  In questi anni poi va in frantumi l’ultimo scoglio: sto parlando della possibilità di diffondere i propri prodotti. Negli anni Sessanta stampai al ciclostile un racconto, e a Roma una libreria underground lo mise in vetrina, era una possibilità misera come alternativa alle case editrici. Non sto parlando di incassi, mi riferisco alle possibilità di avere dei lettori. Ora chiunque può mettere in rete i propri romanzi e i propri film. I romanzi hanno pochi lettori per altri motivi; i film decisamente hanno più fortuna. L’era dell’immagine e la tecnologia hanno creato una fitta schiera di film-maker.  

Quanti possono essere i film-maker nel mondo?! Tanti quanti erano ( e purtroppo ancora sono, pur senza lettori!) coloro che scrivevano qualche decennio fa. E i film che realizzano? tanti quanti erano  i romanzi. Questo cinema che alcuni definiscono invisibile perché non appare nelle sale, cinematografia parallela con problematiche tutte sue, è completamente differente dal cinema delle case di produzione, delle star, del grande pubblico. Fondamentalmente  sono le caratteristiche della povertà, e paradossalmente questo cinema risulta arricchito. Si arricchisce il processo creativo, il percorso  che conduce alla realizzazione. Tanto per fare un esempio, assai significativo. Nel grande cinema si pensa il film e poi si trova tutto ciò che occorre, le location innanzitutto, ossia gli ambienti. Nel cinema povero ciò non è possibile. Si pensa il film fino a un certo punto, poi si cercano possibili location ( gratis ) per ispirarsi, quindi si torna a pensare o ripensare e  scrivere considerando gli ambienti che si hanno a disposizione. Molti lo definiscono indipendente. Mi sembra un po’ una mistificazione, oppure si tratta di una visione limitata della dipendenza-indipendenza. Chi parla di dipendenza si riferisce alla limitata libertà di idee, di espressione, al dover dipendere da un produttore, il quale a sua volta dipende dalle richieste del pubblico. Un film- maker dipende dai soldi che ha in tasca. Perciò preferisco la definizione di cinema povero.

I film-maker hanno in comune povertà di mezzi e ricchezza di idee. Idee per le storie, per il modo di filmarle, per il montaggio.
Le due grandi categorie di film-maker, facilmente distinguibili, sono riconducibili alla formazione e all’atteggiamento verso ciò che  essi stessi fanno. Una categoria raccoglie coloro che hanno alle spalle una formazione come registi e hanno compiuto studi regolari di cinematografia oppure perché hanno imparato  per conto loro e si sono formati sul campo. Mirano alla professione e mostrano serietà di intenti e di azioni. L’altra categoria raccoglie i film-maker che si sono improvvisati, che non sanno cosa significano le parole: mestiere, professione, arte. Insomma come in altri campi. Hanno aspettative di gran lunga superiori a ciò che fanno e a come lo fanno, per esempio si sentono registi, in realtà il loro interesse è solo per la telecamera.
La mia consapevolezza acquista spessore anche perché so cosa significa fare un film per le grandi produzioni. In passato ho maturato dieci anni di contatti abbastanza stretti, esperienze di scrittura del film e di presenza su alcuni  set di Cinecittà, di osservazioni attente sull’organizzazione: tempi, luoghi, persone, contatti con maestranze, tecnici, e poi scenografi, costumisti, truccatori, fino agli interpreti. Quegli anni, che si aggiungono a questi come film-maker, mi servono per capire oggi cosa posso escludere e dunque cosa è veramente essenziale per fare un film.

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

11 − undici =