Alfredo Sfilio è un artista dal nome non altisonante, ma che  comunque  è  conosciuto nel Salento e ha perseguito un considerevole cammino artistico. Infatti,  pur  essendo  pittore  non  ha  disdegnato  cimentarsi,  con   grande successo, anche in altre operatività, essendo proiettato, per indole, verso  il nuovo, da una grandissima sete di conoscenza.     

Sfilio “Portavoce del Sud” : così nel 1979 Elio Marcianò, direttore della Magalini Editrice di Brescia lo definì. Ancora il Professor Valli, allora rettore dell’Università di Lecce, in questo inserto ha parole di notevole incoraggiamento alla sua opera vista come “…un cammino liberatorio, una sana ricerca dell’uomo, conservazione di alcuni archetipi perché memorie necessarie di un mondo che scompare, ma che non può essere dimenticato, che non può cadere nell’oblio.”
Il “Cantatore del Salento” è stato soprannominato da Raffaele Polo in una sua recensione, abbinando stili e vocazioni a Cantatore, maggiormente famoso ma certamente diverso per formazione ed interpreti al nostro artista salentino.
Sfilio può essere considerato un “pittore espressionista di impronta classica”; una classicità, la sua, mai descrittiva, mai scolastica, bensì alla continua ricerca interiore, del “io” più profondo dei suoi personaggi, spesso lavoratori della terra, operai, gente umile che egli riesce ad innalzare e a rivalutare a categoria morale. Non ha indugi nel suo fare artistico; coglie sempre con chiarezza il significato che vuol dare al suo messaggio; traspare sempre il suo pensiero.
Come Van Gogh e Dostoevskij, Alfredo Sfilio si interroga sul significato dell’esistenza, e si pone dalla parte dei diseredati, delle vittime: i lavoratori, i contadini, sono i motivi predominanti della sua pittura, che diventa rievocazione di valori eterni. Riportando le sue testuali parole: “…la mia opera si identifica in modo netto, perché aderente alle esigenze dell’uomo del Sud. Quello vero, quello che, per intenderci, soffre ancora come io soffro, quello che ancora non ha come io non ho, quello che con molta modestia e con molta umiltà aspetta che cambi qualcosa come io aspetto, testimone del mio tempo, alla ricerca disperata di traguardi immensi, di sogni, , di conquiste, di certezze, dentro cui collocare l’uomo e con lui colloquiare”.
La sua pittura è forte e decisa, senza ripensamenti, pregna di materia colorante, invariabilmente acrilica o ad olio,  che magistralmente spatolata, raggiunge effetti plastico-pittorici straordinari. La spatola spande il colore, ora lo distende, ora lo trasporta, lo accumula, lo fonde,  lo solca  nei volti sofferti dei personaggi raffigurati, nei tronchi contorti di ulivi innervati dai secoli. Le rughe sui volti scarni e imbruniti dal sole , le grandi e nodose mani, gli sguardi stanchi ma mai sottomessi,  segno di un tempo passato, diventano simbolo di un incessante e stancoso lavoro, di una sofferenza accumulata negli anni, dignitosa e mai rassegnata. E’ una pittura vibrante di toni caldi; una componente che diviene essenziale per evidenziare emozioni e stati d’animo che descrive quella civiltà contadina, “…della quale tutti parlano, ma a cui pochi vogliono effettivamente avvicinarsi: non tanto per conoscerla, quanto per viverla dall’interno”. L’ orgogliosa  “inciviltà” della vita contadina rappresentata da Sfilio, diventa sinonimo di semplicità, e perfino di speranza in un mondo migliore, non inquinato dalle ipocrisie del mondo cittadino. Tutta la sua tematica, dunque, è tesa a dare forza “…al mondo offeso, a quello che si perde e si arrabatta  in questa pseudo – civiltà, al genere umano che soffre e che spesso non ha la forza né il potere di sollevare il capo, ad una civiltà che è distratta da molte altre cose che non sono l’onestà, il lavoro, il rispetto, la gentilezza d’animo.” L’ “uomo” di Alfredo Sfilio,  diviene paradigma del dolore universale: apparentemente ieratico, immobile, fisso come talune figure bizantine, statuario nel suo dolore, emana e comunica tremiti e tensioni interiori. La presenza diviene simbolo d’azione, di riscatto, esplosione di un nuovo grido antico. Tra passato e presente vi è quasi una linea di “continuum” ed un fondersi e confondersi tale da scardinare un concetto di tempo precostituito, proponendo, attraverso una pregnante intensità di significazioni un tempo interiore.
Gli stessi tremiti, le stesse tensioni interiori, si riscontrano nella sua scultura caratterizzata da ritmi rapidi che rendono le superfici increspate e rese volutamente in apparenza “rozze” come i soggetti da lui rappresentati: uomini e donne del mondo contadino colti, con attento realismo, in posture naturali della vita quotidiana, che prendono forma da tortuosi e nodosi masselli di ulivo o anonimi ammassi di creta, materiali umili, prodotti dalla terra. Una sviscerata glorificazione,  dunque quello di Sfilio, alla “Madre Terra” e ai suoi frutti. Ed è  proprio da questo attaccamento morboso, edipico, del “figlio” alla “madre”, che scaturiscono le sue figure: tante in una, una in tante.
Parallelamente alla pittura e alla scultura, da qualche anno Alfredo Sfilio è impegnato nella iconografia sacra. Egli affronta questa notevole esperienza reinventando le immagini più note della pittura sacra dei paesi dell’Est. Anche in questo nuovo impegno, la Vergine, il Cristo, gli apostoli, diventano protagonisti di un nuovo mondo rivisitato: il mondo della trascendenza trasportato a terra.  La tecnica è personale: usa gli acrilici, che consentono una immediata sovrapposizione di colore, inventa scorci, “zoomma” su particolari che sembrano non importanti, inventa greche e decori e su tutto fa imperversare l’oro; negli sfondi, nelle aureole, nei ricami degli abiti. Subito dopo improvvisa l’azione di deterioramento che consuma, deturpa, che rende antico il moderno: Sul prodotto finale è quindi visibile la patina del tempo, la triste consapevolezza della “precarietà del mondo”. Siamo di fronte ad una sorta di “lectio” interpretativa personale, egocentrica quanto si vuole, ma concretamente proiettata a significare nell’icona una particella divina imprigionata nella tavola e tramandata ai credenti.
La passione per il teatro ha spinto Sfilio a cimentarsi anche con la scenografia. Proprio per il suo attaccamento al Salento, alle sue tradizioni, ai suoi mai troppo rimpianti costumi dei tempi andati, ricostruisce sfondi dai particolari canoni di arredamento e paesaggi tipici della campagna salentina fatta di tronchi contorti fortemente radicati nella terra aspra e rocciosa. Padrone delle scienze prospettiche ricrea ambienti d’interno non senza note innovatrici: elimina porte d’ingresso e pareti e usando quinte disunite dipinge in “trompe l’oeil” stilizzando, macchiando, sgocciolando.
Benché il suo curriculum vanti  dal 1961 ad oggi un significante numero di “Personali”, presenze e riconoscimenti sia a livello locale che nazionale,  Alfredo Sfilio è personaggio schivo ed anticonformista per natura e non si è mai esposto più di tanto ai favori della critica che comunque ha sempre tenuto in conto instaurando un rapporto cordiale ma distaccato, nemico acerrimo in particolare di quei critici che invece di fare “critica d’arte”, fanno, come dice lui, “arte della critica”. Un atteggiamento, il suo, che non deve essere letto come di colui che non ha bisogno degli altri, ma che è, invece, il frutto di un orgoglio, di un sano orgoglio a risolvere i propri problemi da se.

Patrizia Baldassarre

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