“Io non sono gli altri”, mi aveva detto.
“ E gli altri chi?”, gli avevo risposto.
“Non lo so. Chiunque!”
Eccolo lì, era arrivato. Il passo falso. Arriva sempre. E’ fatidico. Fatidico e noioso. Odiavo le ovvietà, le persone prevedibili, le situazioni senza uscita.

E più le evitavo, più mi ci trovavo in mezzo. Assurdo, per gli altri. Disperante, per me. Senza infamia e senza lode, per lui. Messere Sottovalutato. Quello che nelle fiabe poi arriva sempre primo, e vince. E non perché se lo meriti, ma per il fatto di vivere di luce riflessa. In fondo, ciò che è atipico, certe volte, attecchisce prima. Sotto mentite spoglie.
Tutto era cominciato da un autobus.
“Prendi il 15 sbarrato, ti conviene”, avevo osato consigliargli.
“Sì, e quando arrivo, domani?”, aveva bofonchiato acidamente.
Non ne potevo più. Studiavo da mesi un metodo per uscire da quella farsa. Avevo provato col training autogeno, con la meditazione yoga, con i corsi di auto-motivazione, con la psicoanalisi, con l’alcool, con i viaggi. Niente, l’illuminazione non arrivava ancora. Perché non avevo capito dove cercarla. E cioè, a casa. Trappola, era la parola. Come avevo fatto a non pensarci prima? Perché non avevo ragionato meglio? Prendiamo i topi, ad esempio. Sono animaletti vispi, non c’è dubbio. Ma, in fondo, quando arrivano a mangiare il formaggio e fuggire, fregandoci, è perché siamo stati poco accorti noi. ‘Conosci te stesso’, è scritto sul tempio dell’oracolo di Delfi. Certo, nulla da eccepire. Però anche conoscere il nemico non è una cattiva idea. Dovevo usare l’astuzia, e giocare d’anticipo. Prova durissima, per una persona romantica come me, che difficilmente chiede. Quindi, raramente ottiene. E ben poco, pure. ‘Quando desideri qualcosa da qualcuno, chiedi. Ti sentirai bene anche se ti dirà di no. Avendo chiesto, sarai stato vero con te stesso’.Ultimamente non facevo che ripetermelo. Non mi ricordavo più dove l’avevo letto. Forse nello spogliatoio del centro benessere dove praticavano ogni tipo di tecnica antistress. Facile, in teoria. Ma come cominciare, in pratica? Logico: dal silenzio assenso.
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“Che facciamo stasera?”
Silenzio.
“Ce l’hai con me?”
Assenso.
“Parliamo?”
Silenzio.
“Vuoi forse che mi levi di torno e ti lasci stare per un po’?”
Assenso.
“Ma insomma, vuoi rispondermi qualcosa?”
Silenzio.
“Vabbé, ciao!”
Silenzio.
Stanza vuota. C’è silenzio. Il silenzio della vittoria. E dell’attesa. Porta d’ingresso che sbatte. Assenso. Casa vuota. Silenzio. E gusto. Della vittoria, e della casa vuota. E della libertà, di pensiero e di spazio. E senso di colpa subliminale, ostinato. Un arduo compito. Un lavoro sporco. Silenzio, assenso e colpa. Altro che oro, incenso e mirra! Basta, troppi pensieri. Serve un po’ di tregua. Pace. Ma il tempo è fondamentale, è importante muoversi a tempo debito. Bisognava cominciare a bere l’amaro calice, cioè, passare all’azione. Innanzitutto, continuare a fare finta di niente, e ostentare calma, e leggerezza. Poi, non mentirsi, e non farsi prendere in giro. Non cascarci più, insomma. E divertirsi. Spudoratamente. Infine, resistere, il più possibile. Per condurre il gioco, e per non farsi fregare. Soprattutto dalla speranza, subdola, che le cose si aggiustino da sé. Senza cedimenti. Un respiro profondo e una bella doccia faranno proprio al caso. E molta, molta aria. Aprire tutte le finestre, scacciare i ricordi, e i suoni. Far entrare nuovi odori. Ci vorrebbe il saluto al sole, che spalanca perbene i chakra. Ma è già pomeriggio inoltrato, troppo tardi. Il cellulare resta stranamente muto. Sta funzionando, si riceve pan per focaccia: che noia, ma non c’è alternativa. Meglio così. Meno doloroso. Porta d’ingresso che sbatte di nuovo, passi di chi rientra.
“Ho fatto un giro. Lungo. Ho camminato tanto”
Silenzio
“Scusami, c’è qualcosa che non va? Ho fatto qualcosa che ti ha dato fastidio?”
Assenso. E  risposta.
“Sì”
“Cioè?”
“Deludermi”
“Niente di meno!”
Silenzio.
“E quindi?”
Silenzio.
“Vuoi degnarti di parlarmi, per favore?”
Silenzio. E risposta.
“Sto pensando”
“A cosa?”
Silenzio.
“Ho detto: a cosa?”
“A come sei”
“E come sono?”
Silenzio. E risposta. Vera.
“Non come mi aspettavo”
“E cosa ti aspettavi?”
“Una persona meno scontata. E comunque differente da come hai dimostrato di essere”
“E che avrei dimostrato di essere?”
Silenzio.
“Allora?”
Silenzio. Sguardo dritto. Pensieri liquidi. Voce come colla a presa rapida. E risposta. Falsa.
“Uguale a molti altri”.
Fuoco e fiamme, come da copione. Come la battuta, pronta.
“Io non sono gli altri”.
Zac! La trappola ha funzionato. Strategia formidabile, nella sua semplicità.
Silenzio assenso. E’ la fine. E’ arrivata. Era ora.
“E gli altri chi?”, gli ho chiesto.
“Non lo so. Chiunque!”, mi ha detto.
Risposta fatalmente sbagliata. Detesto avere ragione, in certi casi. Come questo. Non è per niente facile. Ma, trappola scattata, topo eliminato. Zac! Fa male, ma è così.

 

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