Nel trattare normalmente dell’Unità d’Italia si tende, ove possibile, a sorvolare sui rapporti esistenti fra gli “unionisti” ed ampi settori della malavita. Certo, la malavita meridionale non è nata con l’Unità d’Italia, ma non è nemmeno corretto sorvolare sulla contiguità che ci fu fra politica e malavita (sembra rivivere i giorni d’oggi!).

Le due più note forme malavitose, la “camorra” e la “mafia” sono datate ed in territori diversi intorno al 1848; la camorra, ad esempio, da società segreta  di delinquenti diffusasi nel napoletano sotto il dominio spagnolo e che aveva una propria gerarchia e riti di iniziazione, un vero e proprio codice e tribunali, che organizzava il gioco clandestino ed i postriboli imponendo l’omertà con metodi spietati, assunse al rango di “forza legale” quando Ferdinando II^ di Borbone la utilizzò  come polizia segreta e nella rivoluzione del 1848 servì da massa di manovra sia ai reazionari ma anche, sia pure in misura minore, ai liberali.
La mafia, invece, si data a partire dal  1821 in occasione dei moti rivoluzionari, ed assume tale denominazione nel 1860, per estensione del termine usato in un rione palermitano detto il Borgo (dove significava valentia, superiorità, coraggio). Etimologicamente qualche buontempone, certamente antimazziniano, fa derivare il termine Mafia da una società segreta tratta dalle iniziali delle parole Mazzini-autorizza-furti-incendi-avvelenamenti. Pensare ad un Padre della Patria trattato in quel modo! Però se se ne è parlato, può darsi anche che un minimo di vero ci potesse essere. Certo è che nel XIX^ sec. la mafia si configurò come la costituzione di squadre e controsquadre  di armati al sevizio di ceti antagonisti o di gruppi politici in lotta. Se, pertanto, il fenomeno della mafia trae origine, inizialmente, da fattori soprattutto economici, relativi al mantenimento dell’ordine sociale da parte della grande borghesia terriera, collegata all’aristocrazia feudale siciliana, è innegabile che, DOPO l’unità nazionale, esso assunse una colorazione anche politica come reazione alle autorità amministrative e giudiziarie centrali svolgendo una azione rilevante sia direttamente sul piano elettorale, sia indirettamente sulle autorità per ottenerne,talora, condiscendenza e tolleranza.
Perché questa premessa? Solo per confermare che camorra e mafia esistevano PRIMA dell’unità, ma erano sempre limitate e controllate nella loro azione dalla polizia borbonica, che sia pure in maniera non proprio ottimale, ne conteneva la mafia nell’ambito di un fenomeno di campagna e circoscriveva la camorra solo ad alcuni quartieri napoletani.
E’ con l’arrivo di Garibaldi che cambia tutto. I Mille sono preceduti, un mese prima, da emissari che hanno il compito di trovare gli “appoggi giusti”, di contattare gli alleati in grado di fornire la manodopera necessaria. Ricordo che analoga cosa avvenne nel 1943 con i contatti presi dagli americani con Cosa Nostra in vista dello sbarco in Sicilia (aveva ragione Vico con i suoi famosi “corsi e ricorsi”!). Il gruppo di emissari, guidato da Rosolino Pilo, con una dotazione finanziaria di circa 700.000  euro attuali messa a disposizione dalla loggia massonica “Trionfo Ligure” di Genova, sbarca a Messina e prende contatto con i notabili del luogo e si trasferisce, subito dopo a Palermo. Gli effetti di questi contatti si manifestano subito dopo Calatafimi quando appaiono gruppi di “picciotti”, improvvisamente patrioti, che attaccano alle spalle i borbonici con modalità talmente barbare da far inorridire Nino Bixio (certo non uomo da fair play!); per i picciotti valeva solo il coltello. Questa “armata” garibaldina diventa sempre più numerosa quanto maggiori sono gli apporti dei mafiosi; nel regno dell’Italia unita non è che il comportamento dei vari Carini, Crispi sia stato da pigliare ad esempio. A questo primo sdoganamento ha fatto seguito quello della camorra. Del resto è noto che Liborio Romano (famoso doppio giochista), rivolgendosi a Garibaldi, promise l’appoggio del boss Tore De Crescenzo, al momento in carcere. Romano patteggia con De Crescenzo la sua liberazione e quella di tutti i camorristi detenuti  IN CAMBIO  dell’aiuto rivoluzionario a Garibaldi, aiuto che si sarebbe sostanziato nell’eliminazione “per coltello ed alle spalle” di tutti i delegati di polizia, di cui Romano, comunque, era il capo, e nella presa di controllo della città. I camorristi, per l’occasione, vengono dotati di una coccarda tricolore come segno di riconoscimento. A tal uopo, Garibaldi, sicuro ormai della sua incolumità personale, decide di entrare a Napoli senza i suoi soldati, che sono ancora per strada. Viene ricevuto da Liborio Romano nella nuova veste di ministro garibaldino. Ma accanto ai politici, in prima fila c’è il fior fiore della camorra che garantisce l’azione e l’incolumità di Garibaldi e sancisce il ruolo di Liborio Romano come garante dei nuovi equilibri. Nei giorni successivi Garibaldi dà alla camorra un contributo di 75.000 ducati (circa 17.000.000 di euro prelevati dalle casse del Regno delle due Sicilie) da destinare al popolino, sic!, ed assegna una pensione vitalizia  di circa 2.700 euro attuali all’intero vertice femminile della camorra. Siccome Vico continua ad aver ragione, anche nel dopo guerra avvenne la stessa cosa con i migliori capi mafia che passano dalle patrie galere, nelle quali li aveva sbattuti il prefetto Mori, agli scranni di capi delle istituzioni comunali, sindaco ed assessori, con tanti meriti antifascisti.
In effetti l’unità “sdoganò” le organizzazioni criminali allargandone anche le aree geografiche di attività. Per questo anche oggi si ammantano di patriottismo ed è vero, come dice Saviano, che sono radicate anche al Nord. Questo, al momento, è l’unico e vero elemento di raggiunta coesione per il 150^ anniversario dell’Unità d’Italia.

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