“allo specchio”: guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma  per conoscerci  osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

Chi osserva osa pensieri profondi

Tu pensi pensieri profondi come e più di tante persone: sei una che osserva; non ti sfuggono i gesti e le inflessioni della voce delle persone che ti stanno di fronte, e questo ti porta a capire la gente sempre più nel profondo. Il comprendere è alla base dei pensieri profondi.
Ti ho scoperto che commentavi con gesti e mimica il modo di esprimere una sillaba del giornalista in TV o gli scatti della sua testa, che accompagnava le frasi o le parole che egli voleva sottolineare. Il tuo commento – anche solo il ripetere la sillaba a mezza voce o imitare il gesto del capo – non era presa in giro: ti davi conferma che frasi e gesti non ti erano sfuggiti. La televisione permette esercizi del genere. Hai ipotizzato la boria di certi personaggi, imitando il particolare protendere del petto insieme a quella leggera inclinazione della testa che consente di guardare l’interlocutore come dall’alto; e l’impaccio del timido, le cui parole si interrompono in gola. E ancora, rivelando una competenza che non posseggono gli adulti, troppo abituati a concentrarsi sul verbale, non ti sei lasciata irretire dal parlato, e hai aggrottato le sopracciglia per un tono eccessivo, chiara enfasi utilizzata per convincere l’ascoltatore o per convincere se stessi. Hai pure notato le domande distratte dell’ intervistatore all’intervistato. Hai afferrato la falsità della situazione in cui i due si rivolgevano a milioni di persone.

Io sono soddisfatto, Chiara, perché vedo che tu vai al di là delle parole, o meglio al di sotto, come se le scalzassi con la leva dei tuoi occhi attenti per verificare se hanno radici nella mente o nel cuore di chi parla. È  la prima operazione che bisogna compiere nell’ascoltare l’altro. Cosa ci potrebbe accadere se recepissimo come vero un messaggio falso? La nostra risposta non avrebbe senso e, peggio! non lo sapremmo nemmeno. Così tu ti alleni, e noti persino alcune espressioni affettate, alcuni toni compiaciuti, un modo di pronunciare la esse della mamma al telefono. Questa tua capacità mi dà tanta sicurezza, mi fa pensare subito (e ti vedo mentre atteggi le labbra ad imitare) che sveli i segreti dei tuoi insegnanti e dei tuoi compagni. Sono certo che tu conosci di loro cose che loro stessi non sanno.
Osservare l’altro porta a comprenderlo. Definendo in qualche modo il comportamento, si prende coscienza sia di quel comportamento sia della nostra capacità di osservare e comprendere. Il primo livello di definizione è il più semplice e nello stesso tempo il più preciso: imitare, proprio come fai tu. E’ il più semplice perché è immediato e non occorre avere informazioni sui comportamenti e sui loro significati, sui caratteri e su come si manifestano, né tantomeno occorre saperli analizzare. E’ il più preciso in quanto si definisce quel comportamento e non altro; si sfiora soltanto la personalità di chi lo manifesta.

Si corre un rischio, se non si è attenti, se l’imitazione diventa automatica e quindi un’abitudine. Il rischio è che quel comportamento diventi un nostro modo di esprimerci. Per evitare che questo accada conviene in primo luogo imitare ma … non troppo; essere vigili, chiedersi se quel comportamento ci piace oppure no. Nel primo caso, lasciamoci andare: impariamolo. Nel secondo caso, se ci diverte, dobbiamo caricare la nostra imitazione di un forte atteggiamento di rifiuto. Operazione difficile perché bisogna mantenere il rifiuto limitato a ciò che abbiamo appena osservato di quella persona e non alla persona.
In ogni caso conviene passare a una seconda operazione di definizione, a una vera e propria definizione verbale, anche questa rischiosa in quanto tende a etichettare. Dare un’etichetta può avere conseguenze negative: la parola non è precisa, può non corrispondere alla realtà. Un conto è imitare i gesti del petto proteso e della testa inclinata, e un conto è dire che quella persona è boriosa: potrebbe non esserlo. Proviamo a definire verbalmente il comportamento così come si manifesta. Per esempio: protendere il petto, inclinare la testa dall’alto in basso. Dopo una definizione di questo tipo diventa lecito approfondire le conseguenze di un tale comportamento, e quindi quali possono essere le risposte dell’altro.  Possiamo per esempio ipotizzare conseguenze come: una persona che si comporta così rischia di apparire boriosa, e concludere eventualmente: a me non piace apparire borioso.
Con questo livello di definizione passiamo dall’osservazione dell’altro all’osservazione di noi stessi. Ci riescono in pochi. Dalla definizione dei comportamenti che non vogliamo assumere a quelli che vorremmo assumere, dal rifiuto a mostrarci in un certo modo all’impegno di apprendere modalità di espressione scelte con una certa libertà e comunque in piena consapevolezza.
Chi osserva in questo modo: attento, consapevole, critico, e prova a definire ciò che osserva, si imbatte in problemi, in questioni che trattano dell’uomo e delle sue qualità. Chi osserva in questo modo finisce per meditare, e l’analisi, sempre più approfondita, lo porta a sfiorare soluzioni idonee a migliorare se  stesso, il suo modo di agire e interagire.

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