“allo specchio”: guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma per conoscerci  osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

Mio padre e la dissonanza cognitiva

La prima volta che ho “raccontato” la dissonanza cognitiva era un momento particolarmente drammatico.
Eravamo in ospedale tutti noi, di famiglia: mio padre doveva essere ricoverato per un’operazione allo stomaco; eliminare possibilmente il male che se lo stava portando via. Si parlava con i medici e gli infermieri della malattia, dell’operazione, della sistemazione e della possibilità di organizzare le nostre presenze. Lui no: stava dove lo mettevi; si guardava intorno come uno spettatore che abbia spento volutamente la luce della curiosità; il suo capo e i suoi sguardi erano lenti nel seguire i nostri movimenti. La morte ha la depressione come alleata. Per questo lo portai fuori. Lo presi per il braccio, come mi ha insegnato proprio lui perché odiava appendersi o che qualcuno si appendesse, e ci allontanammo dal gruppo.
– Copriti – gli dissi, alzandogli il bavero del cappotto.
– Gli oggetti non sentono freddo. Io sono un oggetto. –
– Non è vero. Gli oggetti reagiscono alla temperatura. Si dilatano, si restringono, la veicolano in varia misura. Perché dici che sei un oggetto? –
Lo interrogai con noncuranza, mentre lo spingevo nel rigido giardino della clinica, dove un sole di ghiaccio riversava luce a non finire sui sempreverdi.
– Altri decidono per me e di me, di quello di cui avrò bisogno e di ciò di cui non avrò bisogno. E non può essere diversamente. Perché io sono un oggetto.-
Era troppo! La mia ironia mi stava abbandonando. Lui si divertiva alle mie dissacrazioni totali, alle ottiche capovolte, alle divagazioni impossibili, perché erano un gioco, gusto della contraddizione e del paradosso, voglia di stupire e scandalizzare. Quella volta il mio cervello si gelò, come la punta del naso che si era gelata per il freddo. Mi affannavo per trovare qualcosa di buffo e rispondergli, mentre barcollavamo sulla ghiaia folta dei viali più stretti, dove le auto non arrivavano a parcheggiare. Invece a questo punto mi venne in mente Festinger e decisi di raccontargli la dissonanza cognitiva. Per spiegargli perché lui era diventato un oggetto ai suoi stessi  occhi.
– Allora io ti parlo di Festinger. Leon Festinger era uno studioso americano di psicologia sociale, che ha elaborato la teoria della dissonanza cognitiva negli anni Cinquanta. Stai a sentire. Non puoi immaginare quante cose spiega!Prendiamo in considerazione alcune informazioni che sono in relazione fra loro, per esempio: “piove” è un’informazione, sarebbe un dato conoscitivo; un altro dato conoscitivo, una cosa cioè che sappiamo, è “quando piove si prende l’ombrello”. Questi dati sono consonanti tra loro, in questo caso il secondo discende dal primo. Un altro esempio: “io fumo”, “il fumo fa male”. Questi due dati, pur essendo attinenti perché si parla del fumo, sono però dissonanti, incoerenti. Sappiamo cosa fa un individuo che fuma e che è consapevole che il fumo fa male. Ha la possibilità di eliminare la dissonanza smettendo di fumare. Non ci riesce. Ma il nostro fumatore vuole e deve ridurre questa incongruenza,  e ha un’altra possibilità: convincersi che non fa poi tanto male, e andrà alla ricerca di tali conferme. Attenzione! c’è un terzo modo: aggiungere nuove informazioni, completamente opposte, del tipo: fumare fa bene, aiuta a rilassarsi. Da queste tre modalità ne discendono altre. Sono modalità che s’intrecciano, addirittura interferiscono con aspetti fondamentali della personalità, primo tra tutti l’autostima.

Questa è la dissonanza cognitiva, una teoria che spiega sia il comportamento del singolo individuo sia alcuni fenomeni psicologici di massa. Spiega pure perché gli individui tendono ad “aggiustarsi”, a sistemarsi come gli conviene le conoscenze che posseggono.
Immaginiamo che in una nazione venga eletto un guru, un uomo potente, un personaggio discutibile che però ha il potere di convincere con i mezzi che usa, per esempio possiede i mezzi di comunicazione di massa, con le promesse e i programmi che presenta. Ma cosa succederà in seguito a tutta la gente che ha creduto in lui quando sarà evidente che egli pensa solo a se stesso e sta portando alla rovina la nazione? La risposta, per quanto paradossale, è: continueranno a credergli perché si “aggiusteranno“ la dissonanza.
L’aggiustamento della dissonanza nella gente che continua a credere nel guru trae forza dall’impossibilità di ricredersi. Quanto più sono andati avanti nel credere al guru tanto più difficile riuscirà loro tornare indietro.  Voglio dire che è  difficile per tutti noi essere umani, colti e meno colti, riconoscere d’aver sbagliato. Nel caso di chi ha eletto il guru, è difficile ammettere di essersi fidati, di aver creduto, di essersi lasciati incantare. Altrimenti l’autostima crollerebbe. Siamo costretti a difendere le nostre scelte, insomma diventa impossibile tornare indietro. Padre mio! -, dissi per enfatizzare l’importanza e non per richiamare la sua attenzione, non ce n’era bisogno. -Ti rendi conto che questo processo psicologico può essere alla base delle moderne dittature basate sul consenso? E che questa teoria può spiegare il mantenimento del potere? –
Procedevamo assai lentamente, ciononostante eravamo arrivati al termine di un vialetto e forzai il suo braccio per un delicato ma energico dietrofront. Lui si oppose e attirò il mio sguardo.
– Cazzo! È una cosa seria! Però ancora mi sfugge…-
– Concludo con te, rassicurai mio padre. Intanto torniamo dentro. Abbiamo preso abbastanza freddo. Tu hai trovato discordanti due dati conoscitivi. I due dati erano questi: “Io sono un uomo”, “Gli altri decidono per me”. La dissonanza tra questi due dati è diventata insopportabile. È  sorta in te l’esigenza di ridurla. E cosa hai fatto? Invece di dire: Basta, ora ascoltate me. Come chi smette di fumare. Tu hai cambiato l’opinione su te stesso. E ti sei convinto di essere un oggetto per giustificare il fatto che gli altri ti trattano da oggetto. –
– Tu adesso non mi stai trattando da oggetto. Mi ero quasi convinto e invece mi ricrei la dissonanza. –
Sorrisi per il suo spirito, per la sua ironia. Era proprio mio padre.
– Adesso insieme cambieremo la dissonanza in una consonanza. Faremo capire in mille modi a tutti quanti che l’ultima parola è la tua. –
Sentii che acquistava energia e fu lui a trascinarmi deciso nella sala d’ingresso.

 

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