Dal 1950 sino ad oggi, la diversità delle specie animali e vegetali è in costante diminuzione. La loro scomparsa risulta più frequente e, stando alle stime, è di gran lunga superiore rispetto ad alcuni secoli fa.

Possiamo affermare che si è concluso un anno importante, durante il quale l’opinione pubblica ha preso maggiore coscienza di questa grave condizione che è stata al centro di un dibattito nel Summit di Nagoya, in Giappone, lo scorso 29 ottobre. Le delegazioni dei 193 Paesi partecipanti hanno definito alcuni obiettivi prioritari e approvato un piano strategico, ma non tutte sono riuscite a garantire risorse immediate, aumentando le incertezze per il futuro. Si prevede, infatti, che nei prossimi 50 anni la varietà di organismi sulla terra possa diminuire drammaticamente. L’abbattimento di intere foreste con la conseguente morte di insetti, piante e animali potrebbe arrecare un danno alla salute dell’uomo, in quanto, non dimentichiamocelo, esso è pur sempre parte integrante della natura. Biodiversità è sinonimo di vita sulla terra. Il concetto di questo neologismo si riassume nella straordinaria varietà di organismi che la natura ha sviluppato in milioni di anni. Diversi l’un l’altro, da un punto di vista genetico oltre che biologico, essi regolano il fragile equilibrio naturale di uno specifico ecosistema. Quell’equilibrio che è principalmente imperniato sul bisogno di nutrirsi, cui è indissolubilmente legato quello alla sopravvivenza. Uno studio pubblicato sulla rivista “BioScience” ha lanciato l’allarme: meno biodiversità, più malattie infettive. Tali ricerche, condotte dagli scienziati dell’Università del Vermont, negli Stati Uniti, in collaborazione con la Environmental Protection Agency (EPA), hanno dimostrato che la perdita di specie negli ecosistemi, stando all’attuale ritmo dei cambiamenti climatici, può aumentare l’incidenza e la diffusione degli agenti patogeni che causano l’insorgenza di molte patologie nel nostro organismo. Secondo la dott.ssa Montira Pongsiri, scienziato di salute ambientale operante presso l’EPA, molte persone hanno lavorato sul problema in relazione a singole malattie, come la malaria e la schistosomiasi, ma nessuno ha raccolto e confrontato tutti questi studi. I fatti che determinano la scomparsa di organismi viventi o il surriscaldamento globale, quasi sempre imputabili alle attività umane, rivestono un ruolo importante nello sviluppo dei virus. Significativo è il caso della malattia di Lyme, trasmessa da zecche infette dal batterio “Borrelia burgdorferi”. Di solito le zecche assumono il batterio succhiando il sangue di piccoli animali, soprattutto roditori, come il peromisco dai piedi bianchi, molto comune negli Stati Uniti. In passato questa patologia era piuttosto rara perché in quelle zone vi era probabilmente una varietà più ampia di mammiferi. Molti di questi non permettevano al batterio di svilupparsi e di conseguenza le zecche, attraverso le quali avveniva il contagio, erano poco diffuse. La distruzione e la frammentazione di molte aree forestali provocarono successivamente un drastico declino nel numero di animali, a vantaggio del peromisco. In conclusione, quanto più alta è la popolazione di peromisco, tanto maggiore è la probabilità che la zecca sia infetta, aumentando di fatto il rischio che questa patologia virale possa essere contratta dalle persone. Per questo è importante tutelare il patrimonio naturale perché, come sottolineava Jared Diamond, noto biologo americano, lasciare che gli esseri si estinguano sarebbe “come se facessimo saltare a caso molte delle piccole e apparentemente inutili viti che tengono insieme un aeroplano”.

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