Ed è quindi proprio l’Evo-Devo a mostrare nuove possibilità per l’ampliamento di quella ‘sintesi moderna’ colpevole, secondo il professor Sean B. Carroll, di non prestare sufficiente attenzione ai temi della biologia evolutiva dello sviluppo.

Egli stesso ha inoltre affermato, sempre a proposito di quest’ultima: «È un approccio innovativo in grado di comprendere l’evoluzione al livello più fondamentale di geni ed embrioni. L’evoluzione non è più vista solo come il cambiamento nel tempo di genotipi e fenotipi, attraverso mutazione, incrocio e selezione naturale, ma anche come organizzazione nel tempo dei processi che regolano lo sviluppo, dall’embrione alla forma adulta».
Questi stessi temi sono stati ripresi ancora più recentemente da due scienziati cognitivi come Massimo Piattelli-Palmarini e Jerry Fodor, autori del testo ‘Gli errori di Darwin’. Una delle tesi prese in considerazione dal libro è che non è più sostenibile la “visione” consolidata della Sintesi Moderna della teoria evoluzionistica secondo cui i processi evolutivi sono guidati da fattori esterni all’organismo (l’ambiente), e che, alla luce delle nuove scoperte dell’evo-devo, gran parte delle possibilità evolutive sono invece da ricercare nei fattori/cause interni/e di un organismo, secondo impulsi propri dei processi dello sviluppo. È sempre nella dimensione di questo nuovo dibattito che sorgono i problemi circa la necessità del superamento dei limiti della vecchia concezione evoluzionistica, se non del suo abbandono definitivo. Ma il dilemma principale posto dal libro riguarda l’intensionalità del cambiamento – se questo cioè avviene secondo criteri interni – e la sua estensionalità – secondo criteri esterni. Il punto nodale è il non poter essere realmente sicuri di quale sia questo criterio di selezione (se ce n’è soltanto uno, o comunque, quali sarebbero i casi in cui un certo criterio prevarrebbe sull’altro).
A ben vedere, ciò che rende interessante il tutto è la scoperta avvenuta quasi in contemporanea alla pubblicazione de ‘Gli errori di Darwin’ – legata certamente in qualche modo all’argomento trattato – dell’esistenza di un microbo “alieno”, capace cioè di (soprav)vivere in ambienti considerati fino a poco fa ostili – sempre secondo la biologia tradizionale. È la NASA a darci la notizia, e riguarda un batterio (GFAJ-1) appartenente alla classe dei Gammaproteobacteria, ritrovato sui fondali del Mono Lake, in California, un lago ricco di arsenico. Si aprono dunque così nuovi orizzonti per il panorama delle scienze biologiche, in cui non sono solo i processi e i fattori sottostanti a tali processi evolutivi ad essere messi in discussione, ma l’intero campo delle “certezze” acquisite, quelle circa i funzionamenti e le caratteristiche dei modi di adattamento delle specie in diversi contesti ambientali, nonché quelle riguardanti l’esistenza di forme di vita differenti – anche (e soprattutto) in rapporto alle condizioni atmosferiche di altri pianeti.

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