Vincitore del Gran Premio della Giuria  e Premio del Pubblico all’ultimo festival di Roma, un film che aiuta a riflettere sull’educazione e le relazioni in un mondo fatto di violenze e contraddizioni. Il film, da oggi al cinema, è stato presentato ieri in anteprima nazionale alla Pontificia Università Lateranense, alla presenza del Rettore Mons. Enrico dal Covolo e di molti studenti.

L’evento è stato inserito all’interno della serie di appuntamenti del cammino di preparazione al Natale che il Segretariato relazioni studenti e la Pastorale universitaria dell’Ateneo del Laterano propongono per riflettere sui temi legati appunto all’emergenza educativa.
Protagonisti in primo piano due ragazzi: Christian, rimasto orfano si trasferisce con il padre in Danimarca dove nella nuova scuola incontra Elias. I due sono molto diversi, ma tra loro nascerà una strana e pericolosa amicizia. Christian è taciturno, serio e deciso. Elias è timido, ha paura, a tal punto da subire senza reagire gli atti di bullismo da parte di alcuni compagni di scuola. Christian non accetta questo tipo di violenza e difende il suo nuovo amico con la stessa violenza – forse ancora più feroce – contro il suo più accanito aggressore. Da questo momento Christian ed Elias diventano amici e insieme provano a condividere e a raccontarsi il loro mondo visto da prospettive diverse.
Poi ci sono altri tre protagonisti: i genitori. Il padre di Christian, Claus, che non riesce a dialogare con suo figlio e a trovare egli stesso una sua dimensione nella vita dopo la scomparsa della moglie, morta – si viene a sapere subito nel film – a causa di un tumore.
I genitori di Elias, Anton e Marianne, due medici (il primo opera in un campo profughi in Africa) che svolgono con professionalità il proprio lavoro, ma che stanno per divorziare.
Nel film vediamo quindi gli adulti che rimangono impotenti  nel vedere il degenerare di determinate azioni dei loro figli; c’è chi tenta di spiegare che “rispondere con la violenza alla violenza” non risolve la situazione; che è possibile cercare un dialogo con il violento dimostrando la sua debolezza; chi vuole fare necessariamente la cosa giusta, nel proprio lavoro, nella vita; chi non vuole ammettere di avere anche dei limiti e di poter anche sbagliare.
Christian ed Elias percepiscono le reazioni degli adulti, provano a parlare con loro, a volte ci riescono, altre volte no; in questo ultimo caso sono costretti a fare per conto loro, arrivando a mettere a rischio la loro stessa vita.
Al centro del film della Bier, non solo quindi l’emergenza educativa, ma anche la necessità di un dialogo, di un amore mancato, della presenza della famiglia. Un tema molto attuale oggi per la nostra società, le nostre famiglie, i figli, spesso relegati a comunicare davanti a un computer con uno sconosciuto quanto virtuale amico del web. I genitori, i “grandi”, quelli che dovrebbero avere esperienza e aiutarli in questo difficile percorso, sono lontani, e anche se fossero fisicamente accanto a loro, sono presi dal loro mondo e dalle loro preoccupazioni, quando non devono risolvere anche i propri problemi.
La regista quindi ci mette di fa percepire quanto sia difficile essere umani. In tutta la seconda parte del film si vede un filo, quasi come una tela del ragno. A quel filo è appesa la vita di Christian ed Elias; a quel filo è appesa il rapporto dei genitori di Elias, a quel filo è appeso il futuro dei malati che deve cercare di curare il medico.
Tutti gli attori hanno saputo interpretare perfettamente lo stato d’animo del nostro mondo attraverso la fragilità degli adolescenti e la difficoltà degli adulti che non riescono a rispondere loro e a porvi rimedio. “Riuscirà questa società – si domanda  la regista – a definire quel mondo migliore che tutti cerchiamo, quasi sulle orme dei due giovani protagonisti?”.
Allo spettatore cercare la risposta nel film e dentro di sé. Forse un indizio lo potrà trovare negli occhi dei bambini di quel campo africano: essi cercano o magari hanno già trovato nella quotidianità il loro mondo migliore.