Partiamo dalle tue origini artistiche, quando hai iniziato a interessarti alla musica?

Sin da bambino mi ha sempre attratto l’idea di poter cantare, ma il mio approccio alla musica non è stato dei più precoci. Non sono stato (purtroppo o per fortuna) uno di quei bambini che all’età di cinque anni iniziano lezioni di piano e solfeggio.

Avevo all’incirca quattordici anni quando trovai per caso una vecchia cassetta di Bob Marley di mio fratello maggiore, non sapevo minimamente chi fosse fino quel momento, fatto sta che fui fortemente attratto dalla sua musica. Rappresentò per me il confine tra un ascolto distratto della musica e una sempre più crescente passione. Quando la passione cresce, non puoi fermarla, è incontenibile. Per me fu così forte che riuscii a contagiare alcuni dei miei compagni di liceo, con cui mettemmo su un piccolo gruppo: i Cucuwawa. Fu con loro che iniziai a cantare.

Raccontaci un po’ del tuo percorso artistico.

Il mio percorso artistico è stato per quasi dieci anni legato a quello dei Cucuwawa, con passare del tempo affinammo la tecnica e, se già a liceo riscuotevamo un notevole successo, col passaggio all’università e grazie a un forte sodalizio con Cesare Liaci di Coolclub iniziammo a suonare moltissimo non solo nella nostra regione ma in tutta Italia. Abbiamo registrato due album assieme uno con contaminazioni reggae (Sunshine) l’altro essenzialmente un disco rock (Greatest Hits). Col passare del tempo però le cose cambiarono e ognuno di noi prese strade diverse.  Nonostante siamo ancora tutti ottimi amici, non suoniamo più assieme. Da un paio d’anni invece ho sposato un altro progetto. Per la prima volta mi sono cimentato in un tributo a una grande band rock: i Rolling Stones.  Il progetto si chiama Shock in Town ed è un fedelissimo omaggio alla band inglese. Il gruppo è figlio di una collaborazione tra me e i Fonokit (ex Bludinvidia), in particolar modo con Marco Ancona.

Raggiungere un proprio stile e identità, quanto è importante per un musicista?

E’ molto importante avere una propria identità distinguibile. Nel mondo della musica, oggi più che mai, è importante essere riconoscibili, avere una caratteristica che ti renda unico. Spesso è la voce del cantante o il sound della band, spesso però un particolare futile come l’acconciatura dei capelli o il modo di vestire.

Cos’è la musica per te?

Ho promesso a me stesso di non rispondere a questa domanda per non incappare in risposte ovvie e banali. “Non lo so” credo che possa essere anche una buona risposta.

Tra le tue esperienze e partecipazioni, quali ricordi con soddisfazione?

Un concertone a Carpignano dove suonammo davanti a 20.000 persone fu una grandissima soddisfazione, ma anche dividere il palco con artisti come Gogol Bordello e Skatalites. Ma soprattutto viaggiare per suonare,affittare un furgone e partire. Ora non mi viene in mente un episodio in particolare ma è questa strana mistura tra viaggio è musica che mi soddisfa.

Hai un particolare progetto ideale e concettuale cui arrivare come massima aspirazione? Avendo ogni mezzo possibile dalla tua, cosa faresti? Insomma, il tuo sogno nel cassetto e il massimo ideale artistico da perseguire?

Non ho sogni avveniristici del tipo diventare una rockstar ma mi piacerebbe moltissimo vivere di musica, riuscire a mangiare musica. Vorrei continuare a essere musica e non arrivare a quarant’anni e dire “sai, da giovane avevo un gruppo”.


Che cosa dobbiamo aspettarci in futuro?

Nell’immediato, sicuramente altri concerti ad alto tasso rock ‘n roll con gli Shock in Town. Con calma poi mi piacerebbe mettere le basi per un nuovo e più maturo gruppo di inediti.


Siamo alla conclusione, grazie per il tempo dedicatoci. A te l’ultima parola…

Grazie a te. Ne approfitto per invitare tutti i lettori di Corriere Salentino ai miei live.
Un saluto a tutti