Una cosa è certa in musica: che è molto difficile essere “commerciali” (parola il cui solo scriverla fa venire l’orticaria) e impegnati allo stesso tempo. Si può addirittura pensare che sia impossibile. Tutto sta probabilmente nel dare il giusto peso a quella parola.

Perché casi di artisti/musicisti riusciti a fondere le due cose ce ne son stati – ce ne sono. Senza citarli, possiamo dire tuttavia che i Marlene Kuntz di oggi – quelli cioè a partire da ‘Uno’ – cercano di fare proprio questo. Ed è il nuovo album ‘Ricoveri Virtuali e Sexy Solitudini’ a confermarlo. D’altronde, è comprensibile: si può essere più o meno stufi di essere considerati una “alternative-band”, come si può essere stufi di ‘arrivare’ solo ad un certo pubblico e di “comunicare” certe cose sempre allo “stesso” pubblico. Quindi accade che si smorzano i toni (o, come in questo caso, le distorsioni), si decelera, s’incrementa il lato più melodico della scrittura e si cerca di sembrar meno criptici che in passato. Si ripulisce il suono, insomma. In un certo senso, ci si rivela anche più sinceri. E il tutto riesce bene, a volte; altre invece – forse più spesso, ribadendo la difficoltà di tale sintesi (im)possibile – può risultare un vero fiasco.
Ma è proprio quest’ultimo, ahimè, il caso di Godano & company. Velleità poetiche – che talvolta potevano anche non dirsi tali, solo se messe ovviamente in relazione al contesto, cioè all’esigenza di certa immediatezza post o tardoadolescenziale ben trasmessa all’interno del formato canzone ‘sonic-youth’ – Godano ne ha sempre avute. E sembra difficile capire come poter conciliare ora queste diverse urgenze: l’addolcimento/addomesticamento del suono in relazione ad un preteso lirismo, edulcorato in realtà anch’esso, nel senso dell’aver perso (quasi) qualsiasi capacità di scrivere un buon testo – non si sa come: forse proprio per questa schizofrenia insoluta sorta da un’indecisione fondamentale, dal non saper risolvere cioè se scrivere per se stesso o per il pubblico; e la necessità di non perdere un minimo di decenza “autoriale” anche in musica.
I M.K. hanno smarrito le qualità originarie che li rendevano degni rappresentanti del rock italiano (non importa se alternativo o meno), forse per barattarle con un’altezzosità che sconfina spesso nella banalità. Anche se bisogna evidenziare che non proprio tutto è andato perduto. Perché i bei momenti persistono ancora: se non si può salvare in alcun modo ‘Ricovero virtuale’, perché sa di invettiva gratuita (anche se legittima), o ‘Paolo anima salva’ per il suo andamento irritante, e ‘L’artista’ – canzoni che rivelano almeno una certa sincerità -, valgono invece ‘Io e me’, che recupera un po’ dell’abrasività (e dell’oscurità) di ‘Catartica’ ad esempio, ‘Pornorima’ per l’arrangiamento seducente con la voce che riecheggia abilmente femminilismi di certo Jagger e/o Waits, nonché ‘L’idiota’ per gli stessi motivi..

L’impressione ultima è che questo lavoro risenta un po’ dell’influenza dei Baustelle, senza riuscire a trasmettere però la stessa aggraziata leggerezza. Ma i Marlene erano meglio dei Baustelle, comunque, anche solo per l’influenza esercitata su tutta una generazione di giovani musicisti alle prese con la difficile missione di fare del rock in italiano. Influenza che ora va perdendosi o rinnovandosi almeno, perché se ne ha bisogno… e l’Italia ha ancora bisogno di nuove band come i vecchi M.K.

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