“Salve a tutti. Chi vi parla è la pagina di un diario, stufa del silenzio ormai preoccupante di chi l’ha scritta. Sì, sì… avete  proprio capito bene. Sono una pagina vera, fatta di carta ricoperta d’inchiostro. Insomma, un diario! Non avendo occhi, non so quale fine possa mai

aver fatto la mano che tanto docilmente si posava sui miei fogli quasi ogni sera, per stendervi i pensieri più tenaci, con le parole più disparate. Talvolta tremando. Non era certo qualcuno dalla testa chiassosa, di quelli che vivono affannati, e quando scrivono fanno solo rumore. Anzi, le dita e la penna si muovevano con calma, carezzevoli. Ricordo che il loro tocco era vivo, presente. Tuttavia non sembrava mai felice. E non avendo io bocca (ma voce sì, però…), affido alle vostre orecchie di lettori attenti (almeno presumo!), e per giunta dotati di un cuore (possibilmente pieno, sicché funzioni meglio, perché così dovrebbe essere!) le confidenze che seguono, esattamente come sono state riportate; prive di data, e di rancore. Condite di solitudine, e di pace. Sentite, e credute. E spero non me ne vogliate… Addio.”
‘E’ successo in maniera strana. Nuovamente. Ma non ho avuto paura. L’ho vista cadere, leggera. Inattesa. Libera. Stamattina la neve volteggiava candidamente, incurante del mondo circostante, e sovrastante, e sottostante. Proprio  come l’amore, a volte. Senza giustizia. Quasi asociale. Egoista. L’indifferenza è spietata, consapevole, e innocente. Sempre. E la neve, non diversa oggi da quel giorno, di nuovo è stata crudele, sporca. E ignara del bene soffice nascosto dentro di sé. Non mi ha sorpreso, e nemmeno deluso. Ne ho osservato i contorni irreali, e la lentezza segreta che ti fa venire voglia di giocare ad afferrarla. Giocare spensieratamente. Ancora. Magari, amare. Vediamo un po’… cosa avranno in comune l’amore e il gioco? Regole, d’accordo. Forse. Ma, specialmente, il fatto di non avere un imperativo. Entrambi non possono essere imposti. E non devono essere subiti. Mai. E poi, il momento, il luogo, e il tempo atmosferico esatto (non è vero, infatti, che l’amore ‘zampilla’ all’improvviso come dicono. Al contrario, sa sempre quando arrivare, come le stagioni, e siamo noi, spesso, a non essere pronti). Solo che la loro etica è differente. Difficilmente il gioco è malvagio. L’amore quasi sempre. Eppure, si traveste. E mai per gioco. Sul serio. Caldo fuori, sudore freddo addosso. Freddo fuori, musica calda che suona dentro. To play. Jouer. Suonare è giocare. Per dimenticare. Per non impazzire. Fingere con noi stessi e con gli altri,  per assecondare gli arti, e per poterci muovere. Perché il corpo umano non chiede: pretende. Chissà se le nostre braccia e le nostre gambe si chiamano arti perché sono avide, e affamate come l’arte. O perché la creano, e perché non sono mai contente, e perciò ogni tanto rimangono troppo rigide, o troppo ribelli, anche nel sonno, per la brama di soddisfazione, per l’attesa di qualcosa di più convincente. E l’unica medicina, allora, sembra essere la musica. Musica calda. Che si liquefa. Ti scioglie. Stempera gli umori. E non si sa dove può andare a parare. Oppure sì. Cerca una soluzione. Ci aiuta coi brividi di gioia, o di disperazione. La musica. L’amore. To play. Jouer. Giocare. E’ semplicemente folle. A pensarci, è inaccettabile. Come la neve, bianca e potenzialmente aguzzina. Dolce e infingarda. Non era un gioco, fra noi. Non era nemmeno amore. Era un sentimento cariato. Un pallone forato. Un tentativo azzoppato. Scivolato su quella maledetta neve, così gonfia di speranze, e così violentemente dura. A proposito: a cosa serve la neve? Perché ci fa un effetto tanto forte, se è solo acqua imprigionata in cristalli passeggeri? E perché ci sbiadisce l’anima? Forse per invidia dei colori che il suo bianco cattura e trattiene per sé, stupidamente. Non se lo merita il dolore, questa neve. Per questo non piango più, ora. Sì, stamattina l’ho vista, lieve. E l’ho ignorata. E per meglio trascurarla ho aperto la finestra e le ho parlato. Le ho urlato che la pioggia è più utile, e più poetica. Che arriva anche in estate. Che è trasparente. Che, se vuole,  cura. E invece la neve no. E con un ghigno crudele quanto il suo passaggio, infine le ho detto che, soprattutto, ogni cosa può piovere: applausi, manna, insulti, stelle, lacrime, critiche, battute, cavallette, elogi, disgrazie, baci, soldi, ricordi, improperi, fortune,  note, parole, fiori. Persino gomme da masticare. L’ho immaginato mille volte, un modo discreto e insolito per spiegare l’euforia da svelamento d’amore, un distillato della morte da eccessiva felicità. Tu che mi giuravi che niente era come noi, sotto un cielo livido di neve e avaro di promesse. Ed io, che per non svenire, riuscivo a visualizzare solo quelle gomme americane a forma di palline colorate, che mi turbinavano in testa, senza senso, e senza meta, pronte ad uscirmi dalle orbite degli occhi, e a rimbalzarci in testa, come coriandoli sparati all’uopo da nuvole in festa. E che, per non sbagliare,  quel giorno, ad ogni abbozzo di trasporto, ad ogni sogno di bellezza, ad ogni guizzo di volontà, e bugia di eternità, sapendo che il destino può anche essere fasullo, avrei dovuto rispondere soltanto: “Guarda, piovono chewing – gums per noi”. E smetterla di credere a quella neve

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