Chi è il sacerdote oggi? Un professionista della relazione d’aiuto, un operatore di frontiera, una persona oberata di incarichi e responsabilità, cui fa fronte come meglio può? Come vivono, che cosa pensano, come “se la cavano” i sacerdoti italiani rispetto alle proprie dinamiche personali

e alle richieste di aiuto e di senso della vita formulate dai fedeli? E se non sono psicologicamente solidi, quanto e come soffrono?
A questi interrogativi cerca di rispondere il libro di Giuseppe Crea e Fabrizio Mastrofini, “Preti sul lettino”, in libreria per Giunti Editore. Un libro, viene specificato più volete, che non vuole parlare di fede, ma dei problemi relazionali dei preti, uomini come tutti gli altri.

Abbiamo incontrato negli studi della Radio Vaticana uno dei due Autori, Fabrizio Mastrofini, giornalista e caporedattore, il quale si occupa di informazione religiosa e di comunicazione, temi sui quali ha pubblicato molti volumi. Accolti nel suo ufficio, gli abbiamo rivolto alcune domande.

Come è nata l’idea del libro?
L’idea del libro è nata dal frequentare le parrocchie, dai corsi di formazione che Padre Giuseppe Crea (l’altro Autore, n.d.r.), comboniano, psicologo e psicoterapeuta, ha realizzato presso congregazioni religiose maschili e femminili, dai corsi universitari. Da qui è emersa una realtà di “disagio”, perché l’idea di fondo del libro è di dire che quella del sacerdote oggi è una professione di aiuto, nel senso che il sacerdote è una persona che sta lì sulla frontiera, che raccoglie le confidenze, le confessioni, le problematiche, dubbi di tante persone. Se il sacerdote non è solido nella sua maturità umana e psicologica, se non è ben formato, rischia veramente di bruciarsi, di stressarsi, a causa del suo stare a contatto con i problemi degli altri. Se non riesce a risolvere i propri problemi, inevitabilmente viene turbato da quelli delle altre persone che a lui si rivolgono.

Nel libro vengono usati ovviamente nomi di fantasia per non coinvolgere nessuno in maniera diretta. Ma le storie sono tutte vere. Come siete riusciti a raccogliere queste testimonianze?
Sono tutte persone concretamente in difficoltà, sia nello studio psicoterapeutico di P. Giuseppe Crea, sia nei corsi di formazione, terapie di gruppo, laddove i sacerdoti vengono e raccontano le proprie difficoltà. Da questi racconti ecco alcuni casi ognuno dei quali vuole sintetizzare una tipologia di problematiche come, per esempio, il sacerdote che aiuta gli altri a tal punto da dimenticarsi dei suoi impegni pastorali; oppure il missionario che vuole aiutare i bisognosi così tanto da ospitarli nella sua stanza e nel suo letto.

Sfogliando le pagine di questo volume troviamo quindi sacerdoti iper-attivi, sacerdoti che hanno avuto durante la loro adolescenza carenze affettive, altri ancora che si sono affezionati in maniera eccessiva ai loro parrocchiani e, purtroppo, anche situazioni di devianza sociale come pedofilia e omosessualità.  Inoltre, il fatto che un prete nella società odierna, debba svolgere altri compiti, a parte quelli pastorali, e abbia anche lavori veri e propri (pensiamo anche a chi lavora in aziende di comunicazione di massa), potrebbe comportare problemi di questo tipo?
Assolutamente sì. Qui i problemi che tu sollevi sono piuttosto importanti, perché abbiamo prima di tutto il problema della formazione iniziale, cioè quando una persona bussa alle porte di un seminario perché vuole diventare sacerdote, deve esser fatta una attenta valutazione delle sue risorse umane e psicologiche, analizzando anche le sue carenze. L’altro problema è quello della formazione permanente: una volta uscito dal seminario, il sacerdote, nel rimanere tutti i giorni “a tu per tu” con le persone e i loro problemi, senza un aiuto alle spalle e una preparazione, rischia di rimanere in trappola. Nel libro perciò sono raccontati casi di formazione riuscita, ovvero di sacerdoti i quali, presi da un impegno eccessivo nei confronti di terzi, sono stati recuperati dai Superiori e portati in gruppi di psicoterapia, ma anche casi meno fortunati, ovvero sacerdoti che non riescono a uscire da questa situazione e che rischiano di abbandonare la propria vocazione originaria. La sfera affettiva è al centro della maturità umana e psicologica del sacerdote. La formazione nei seminari non è sufficiente a risolvere questi problemi, ma devono essere affrontati e approfonditi in strutture specifiche con un sostegno psicologico negli anni successivi.

Nella società di oggi è possibile tentare un recupero? E se sì, in che modo?
C’è senz’altro la possibilità di un recupero. Ma dobbiamo pensare al sacerdote in maniera diversa. In questo senso è molto importante il ruolo dei laici e una loro collaborazione con i sacerdoti e i religiosi. Spesso nelle nostre parrocchie, fare una critica al parroco significa mettere in discussione la sua fede. Invece dovremmo cercare di capire che la nostra critica è in realtà rivolta evidentemente a una scelta logistica del prete, a un suo modo di fare, alla sua operatività, alle sue decisioni. Occorre quindi una maggiore lealtà tra preti e laici, una differente dialettica, un modo diverso di scambiarsi le idee e una maggiore corresponsabilità. Il laico ad esempio può far notare al sacerdote che forse sta sbagliando nell’approccio con l’altro e aiutarlo a non mettere quindi in crisi la sua stessa vocazione.

Hai avuto reazioni o commenti da parte di sacerdoti che hanno letto il tuo libro?
Ci sono state delle reazioni tutte abbastanza positive. Il libro ha consentito di vedere in controluce tante situazioni. Speriamo che queste reazioni possano continuare.

 

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