Intervento del consigliere regionale del Pdl, Pietro Iurlaro:
“Le dichiarazioni del Rettore dell’Università del Salento, Prof. Laforgia rese oggi su ‘Il Quotidiano’, meritano una risposta, per dovere di cronaca ed informazione, visto che appare ormai spropositata la propaganda e poca la reale informazione sulla Riforma Gelmini.

Da una semplice analisi sul campione dell’Università di Bari, preso in esame per comprendere il sistema universitario italiano, nella fascia dei ricercatori, emerge che solo il 50% di essi termina il primo anno di contratto con almeno una pubblicazione. Gli altri, forse ignari di quello che è il loro compito nell’università, preferiscono essere ‘yes man’ dei baroni ed ottemperare al totale carico didattico di questi ultimi che, invece, si dedicano all’attività privata, sicuramente più redditizia se avallata dal titolo accademico di ‘prof’.
Non si tocchi poi il tasto dei figli d’arte, quasi sempre i fanalini di coda tra i ricercatori pubblicanti, forse perché più propensi ad aspettare che sia ancora papà, mamma, zio, zia, nonno o nonna, a risolvergli anche questo problema, permettendo loro anche all’ultimo momento di firmare la pubblicazione di uno studio, magari perché capaci di esercitare la loro influenza sulle varie riviste scientifiche, garantendo la migliore visibilità al lavoro dell’equipe che ci ha realmente lavorato.
Queste sottolineature mi sembrano doverose quando sento parlare di meritocrazia, invocare scioperi e proteste, quando vedo bloccare le lezioni, manifestare in modo incivile e fornire al mondo un’immagine dell’Italia, quale nazione stuprata dalle proteste di partito o categoria, più che interessata al benessere degli studenti e del mondo accademico. Ancora, i tagli all’università, seppur criticabili, possono essere opportunità per innescare quella rincorsa all’eccellenza, ormai opportuna nell’università italiana, sicuramente seconda a nessuno per la formazione, ma troppo spesso dilaniata dagli abusi, dagli sprechi, dalle baronie e dalle caste.
Credo che i ricercatori debbano difendere i loro interessi e la ricerca, ma debbano guardarsi bene anche dal fornire la possibilità ai loro colleghi alienati a ordinari e centri di poteri o fannulloni, di poter venir meno a quello che è i loro vero dovere nell’università: la ricerca.
Gli studenti e soprattutto i loro rappresentanti dovrebbero difendere il diritto allo studio, in primis garantendo l’attività didattica ed il regolare svolgimento delle lezioni e non promuovendo proteste, scioperi, occupazioni e astensioni collettive: ho forti dubbi che tutto questo tempo perso possa essere recuperato facilmente e senza ulteriori costi a carico di università, governo, famiglie e studenti stessi.
La giovane università deve essere quella che cerca di progredire, migliorare l’efficienza e garantire la cultura e la meritocrazia nelle università italiane e non quella che giustifica l’uso e l’abuso delle istituzioni pubbliche come ammortizzatori sociali. L’Università deve valutare la produttività dei propri dipendenti, la capacità di creare mercato con brevetti e spin off, solo in questo modo potrà essere competitiva con le università private italiane o con quelle pubbliche e private delle altre nazioni, evitando il collasso dell’università pubblica italiana e quindi della cultura. Servono manager capaci di stare al passo con il mercato in continua evoluzione e schemi di condotta finalizzati a premiare i meritevoli e responsabilizzare i fannulloni. Occorrono rigore, controlli, monitoraggi delle spese e finanziamenti mirati, senza ricadere nelle inutili assegnazioni di fondi, ministeriali o europei, a pioggia per far si che l’FFO non sia prosciugato dalla sola spesa per il personale assunto. Troppi sprechi, dobbiamo dire basta e credere nell’università giovane, competitiva e del futuro, garantendo lo studio con la S maiuscola e non un titolo poco spendibile sul mercato”

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