Una delle peculiarità principali del pubblico salentino – ed italiano in genere – è il suo innato amore per la tradizione romantica che risveglia nello spettatore emozioni e sentimenti primordiali e questo, il giovane e affermato coreografo Fredy Franzutti, salentino DOC, ben lo conosce, cosicché nell’ambito della “Stagione Sinfonica e di Balletto”

che si svolge nel Teatro Politeama “Greco” di Lecce, presenta ogni anno una sua personale rivisitazione coreografica di uno dei grandi e intramontabili capolavori del balletto.
Quest’anno è stata la volta di “Romeo e Giulietta”, spettacolo ispirato alla omonima tragedia del famoso ed inimitabile drammaturgo inglese William Shakespeare.
Come spiegare in poche parole la passione amorosa dei due amanti di Verona? Una tempesta biochimica che sconvolge il cervello attivando in maniera del tutto nuova i circuiti neuronali. Il primo vero grande amore: un sentimento meraviglioso, il più delle volte irripetibile, unico; Ma se costretto ad essere soffocato, esso può diventare distruttivo perché condanna inesorabilmente alla sofferenza e, come nel caso di Romeo e Giulietta, alla morte. Una storia pregna di contrasti: l’amore dei due adolescenti e l’odio delle famiglie, la pace che si suggella con il matrimonio religioso e la guerra che si conclude con la morte di Mercuzio, il giorno assolato che caratterizza la materialità quotidiana e il chiaro di luna che trasfigura il sogno di un amore impossibile, un amore “anarchico” perché trasgredisce le “regole” imposte dalla società a cui appartiene. Attuale come quando fu scritta, la famosa tragedia si rivela oggi capace di comunicare forte dell’universalità delle emozioni che mette in gioco.
Un’ennesima coreografia quella di Franzutti, che non rinnega l’eredità del balletto accademico, anzi ne fa il suo punto di forza.
Nel rispetto della tradizione egli impiega interamente tutto il vocabolario della danse d’ècole. Franzutti, decostruendo e ricostruendo alla ricerca di nuove forze agenti – e tuttavia nel rispetto di grazia ed eleganza in una sorta di prudente azzardo- si lancia in nuovi dinamismi secondo traiettorie spesso imprevedibili, che definiscono non più uno “spazio euclideo”, ma uno spazio ormai percepito come indeterminato e in continua espansione. La sua sfida è quella di una nuova estetica tesa all’armonizzazione dei contrasti, che mette a dura prova, non solo i suoi danzatori attraverso sequenze di movimenti fortemente propulsivi e dinamici, ma anche lo spettatore che si trova ad essere stimolato sotto l’aspetto visivo ed emotivo.
Sulle note di Sergej Prokofiev eseguite dall’Orchestra Sinfonica “Tito Schipa” diretta magistralmente da Marcello Panni, si sono esibiti i danzatori del Balletto del Sud dalle ottime qualità tecniche ed espressive. Amanti nel balletto come nella vita, i due protagonisti principali Eneda Hoxha e Gerd Vaso (primi ballerini dell’opera di Tirana e star della tv albanese) sono risultati dotati di una carica espressiva straordinaria oltre che di una impeccabile padronanza tecnica e di palcoscenico.
La scenografia, dipinta da Francesco Palma, conteneva singolari elementi simbolici introdotti con la chiara intenzione di rappresentare stati psicologici di “non-luogo” e di “non-tempo”, su questa si stagliavano gli efficaci costumi che hanno raccontato di un Italia pittorica medioevale.
Ne è scaturita un’ armoniosa sinergia di più elementi, complessa ed elegante: bella perché ha colpito piacevolmente lo sguardo, vera perché la percezione totalitaria delle sue componenti è stata vicina all’esperienza individuale, grande perché il suo articolato dispiegarsi ha colpito lo sguardo penetrando nell’anima. In poche parole: sublime, in quanto ha generato “pathos” e il fruitore si è sentito organicamente unito e fuso con l’opera in uno stato di totale empatia. Lo spettacolo, della compagnia leccese, risulta più convincente di programmi di balletto di provenienza est-europa, da poco visti nello stesso teatro.

PATRIZIA BALDASSARRE .