Sono andato, questa mattina, a testimoniare la solidarietà e l’impegno di tutto il Partito Democratico in favore delle giuste rivendicazioni dei lavoratori addetti alla pulizia delle scuole, che hanno deciso di occupare il Provveditorato agli studi di Lecce.

1200 lavoratori nella sola provincia di Lecce, 25mila in tutta Italia, non ricevono stipendi da agosto scorso e non ricevono alcun segnale dal Governo in merito al rinnovo dei loro contratti, in scadenza a fine anno. Si tratta di persone che pur vedendo ignorare il proprio grido di allarme, hanno comunque responsabilmente continuato a garantire igiene e sicurezza negli edifici scolastici.

La miope politica dei tagli lineari, messa in atto dal Governo di centrodestra, sta già strozzando gli Enti locali. I Comuni, principali fornitori di servizi diretti alla cittadinanza, non sono neanche più in grado di garantire i servizi minimi.
Come se questo non bastasse, il centrodestra continua ad ignorare il profondo disagio che la precarietà e l’incertezza sul futuro stanno provocando in una sempre più larga parte della nostra società. Lo schieramento che in campagna elettorale sventolava il vessillo della sicurezza, sta realizzando le condizioni ideali per il propagarsi di un’epidemia di insicurezza che aggredisce i gangli vitali del paese.

Così come si è fatto con studenti e ricercatori, limitandosi a bollarli come violenti, questa destra si rifiuta anche semplicemente di confrontarsi con le ragioni del malessere. Anche in Provincia abbiamo visto imbavagliare il dissenso, rifiutando addirittura la discussione in aula sulla disperazione di 37 famiglie salentine, causata dal pretestuoso principio di autotutela con il quale si è deciso di bloccare le procedure di stabilizzazione di questi lavoratori, avviate da ormai quasi due anni.

La precarietà come regola e l’insicurezza come condanna. Questo il metro del centrodestra, nel settore privato come in quello pubblico, indistintamente. Un metro che sta pericolosamente minando la coesione sociale in un paese che pur si ostina a volersi considerare civile, ma un paese in cui, di questo passo, di civile resterà ben poco.