Due fratelli, Pasquale e Michele, eppure due storie e due destini differenti. Tutto comincia in una cittadina distante circa una ventina di miglia da Taranto. Siamo nell’epoca a cavallo fra il XVIII ed il XIX secolo, un periodo di grande trasformazione sociale sull’onda della Rivoluzione Francese, i cui principi di Liberté, Egalité e Fraternité vengono esportati dalle armate transalpine.

In tutti i paesi si crea una netta frattura fra i Giacobini ed i Legittimisti, che spesso raggiunge punte di inaudita violenza. Poi tutto sembra calmarsi col ritorno di Ferdinando IV di Borbone, ma è questione di poco tempo, infatti le armate napoleoniche riconquistano il Regno di Napoli sul cui trono siede prima Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore dell’Imperatore dei Francesi, e successivamente Gioacchino Murat, cognato dello stesso.
Michele, soprannominato Pilato, nacque nel 1792 e giovanissimo si arruolò nell’esercito murattiano. Dopo la caduta del sovrano francese ed il ritorno di Ferdinando IV di Borbone sul trono di Napoli, disertò unendosi alla banda di un noto prete brigante giacobino, nella quale si distinse per la sua spietata ferocia. Fra le sue gesta più eclatanti si ricorda la rapina commessa dalla banda ai danni della Cassa distrettuale di Taranto, nella quale Michele ebbe parte attiva. Questi aderì alla setta dei Decisi, nella quale il prete brigante svolgeva la funzione di comandante del braccio armato, ed il cui scopo era quello di abbattere i troni reali, imperiali e papali. Il primo passo del progetto consisteva nella costituzione di una Repubblica Salentina, ispirata da ideologie giacobine che, avallando l’insorgere di fermenti rivoluzionari un po’ dovunque, avrebbe dovuto potare alla  nascita di una più vasta Repubblica Europea. La bandiera di detta Repubblica Salentina era un tricolore rosso, giallo ed azzurro. Un’altra brutale azione che vide Pilato come protagonista, almeno secondo le accuse formulate durante il suo processo di fronte alla commissione militare, fu la rapina commessa nell’ottobre 1815 in Martano, ai danni di una giovane massaia, e conclusasi con furti, stupri e delitti. Tra gli implicati nella vicenda, figuravano personalità insospettabili come Giuseppe Armorino da Padova, scrivano presso l’intendenza di Lecce e probabile carbonaro, che ne fu il vero ideatore. Michele morì fucilato in Martano il 2 maggio 1818, dopo aver subito il processo di fronte alla Commissione Militare di Terra d’Otranto, che lo giudicò colpevole. Aveva ventisei anni.
Pasquale (nel ritratto), invece, nasce il 23 luglio 1789 ed anche lui parteggia per la causa francese. Non ancora ventenne si arruola tra le fila dell’esercito di Gioacchino Napoleone Murat, entrando a far parte della guardia personale del sovrano, dove ha la possibilità di mettersi un luce per la sua fedeltà ed il suo valore, agli occhi di questi che, il 21 settembre 1811, lo promuove Capitano. Due anni più tardi viene decorato, sempre dal Murat, con la Medaglia d’Onore, per meriti di fedeltà. Con ogni probabilità partecipò alla disastrosa campagna di Russia, anche se non possediamo documenti in merito. Dopo la deposizione del sovrano francese, seguita alla sconfitta di Tolentino, e la sua fucilazione a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815, non abbiamo notizie relative a Pasquale che, probabilmente, si ritirò nella cittadina natia. In questa momentanea assenza giocò sicuramente un ruolo importante la vicenda che vedeva coinvolto suo fratello Michele.
Dopo  la  morte  di Ferdinando IV di Napoli, divenuto Ferdinando I delle Due Sicilie, ed il breve regno di Francesco I, nel 1830 salì sul trono Ferdinando II che, volendo attuare un regime più liberale ed un esercito più efficiente, richiamò in servizio diversi ufficiali di formazione murattiana e, tra questi, fu incluso anche Pasquale, rientrato in servizio nel 1831 col grado di Colonnello di cavalleria. Pasquale morì il 23 aprile 1866.
Due fratelli, due storie diverse, simili ad un Tao composto dai due opposti indissolubili Ying e Yang ………….

 
Cosimo Enrico Marseglia