L’appartenenza a quello che un tempo era il Primo Stato, il ceto nobiliare per intenderci, prima che la Rivoluzione Francese e le sue conseguenze politiche, ahimè, nel corso del tempo modificassero la struttura sociale, comporta alcune bonarie manie.

Queste possono essere di vario genere e non si limitano al confezionamento di blasoni su tende e tovaglie o all’esposizione di diplomi e lettere patenti. Non si limitano neanche allo sperpero di patrimoni per inseguir ballerine e donzelle varie. Del resto il nobile spende, il denaro è fatto per essere speso infatti, a differenza del borghese che invece accumula. No, fra le manie che la “noblesse oblige” c’è anche quello della consultazione spasmodica di polverosi documenti antichi, custoditi in archivi civili ed ecclesiastici, alla ricerca di tracce che possano giungere il più lontano possibile nelle nebbie del tempo, al fine di completare l’albero genealogico e di scoprire fatti e misfatti di chi ci ha preceduto. Così si viene a scoprire che la nostre esistenze sono legate, molto spesso, ad episodi inconsueti e rocamboleschi senza i quali noi non saremmo oggi presenti in questa valle di lacrime.
Lui era un antenato della mia nonna materna che portava il suo stesso cognome e, pertanto, anch’io discendo da lui. Tuttavia la mia stessa esistenza è legata ad un episodio che oggi farebbe sorridere la gente, oltre a stimolare oscuri desideri reconditi nelle menti delle fanciulle. Si chiamava Giannettino ed era nato nel 1591 a Gallipoli, città dove in precedenza, per ragioni di commercio, si era trasferito suo padre Giovanni Andrea da una nota cittadina della costa ligure, all’epoca soggetta all’autorità della Repubblica di Genova. Sempre per motivi commerciali, Giannettino si trasferì in Francavilla Fontana e, nello svolgimento dei suoi affari, non sappiamo come giunse alle porte di un convento di suore sito nella stessa cittadina. Ignoro i particolari perché le cronache dell’epoca sembrano essere avare per ciò che concerne i dettagli, tuttavia fra le mura sacre avvenne un incontro fatale. Del resto, il sicario di Venere è sempre in agguato, pronto a scoccare i suoi letali dardi nei luoghi e nei momenti più impensati. Parlo con cognizione di causa perché anche il sottoscritto è stato più volte preso di mira da simili blitz, per usare un termine militare a me così familiare. Doveva trattarsi all’incirca del 1630, anno più anno meno, a giudicare dalla data di nascita del primo figlio, avvenuta  nel 1632. Come dicevo, fra le sacre mura del convento, Giannettino vide una fanciulla di nome Bonadia, nata nel 1606 ed appartenente ad una famiglia aristocratica di origini spagnole, stanziatasi nel Regno di Napoli nel XIV secolo. Nonostante il velo, il colpo di fulmine scoppiò improvviso e condusse le menti dei due innamorati a concepire un diabolico piano volto a coronare un impossibile sogno d’amore. In una notte, non so se ci fosse o meno la luna piena, Giannettino, antesignano delle teste di cuoio o dei moderno commando, penetrò nel convento, favorito probabilmente dalla sua amata, la rapì e la condusse seco, perdonate il linguaggio obsoleto, scatenando un’inimicizia fra le due famiglie, analoga a quella fra Montecchi e Capuleti di shakespiriana memoria, che solo il matrimonio fra i due riuscì a placare. Per la cronaca, pare che si tratto un’unione felice.
Gioiscano le romantiche fanciulle d’oggidì per questo lieto fine ed al tempo stesso piangano perché al giorno d’oggi è difficile trovare un prode caballero degno di cotal impresa. Piangano anche le suore non devote. I frutti di quel fatto, o misfatto secondo l’ottica dell’osservatore, sono tuttora visibili ed uno di essi eccolo qui, pronto a stuprar settimanalmente le menti dei poveri lettori del corrieresalentino.it

Cosimo Enrico Marseglia

Nell’immagine il rapimento di Piccarda Donati

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

1 × 4 =