Art.11 della Costituzione italiana così recita:
“L’Italia “ripudia” la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente in condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace

e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Ho trascritto per intero l’articolo citato, perché, inoltrandomi nel terreno minato del nostro intervento in Afghanistan o in Iraq o altro luogo, mi sembra corretto rappresentare  le valutazioni che adducono i favorevoli o i contrari alla missione   ma, se possibile, senza una malcelata  ipocrisia che si nasconde dietro ad  entrambe le tesi. Preciso, anche, che scrivo questo pezzo dopo i due decessi dei nostri militari, avvenuti nello spazio di un solo mese e dopo aver sentito varie campane, comprese quelle ufficiali, che, personalmente, non mi hanno molto convinto.
Intanto, parlandone in maniera informale con il mio amico Gavino,esperto conoscitore del dizionario Devoto-Oli con il quale ha costanti frequentazioni che hanno dato finora ottimi risultati, sono stato posto dinnanzi alla necessità della interpretazione corretta del termine “ripudia”. Il Devoto-Oli,  per estensione, definisce il ripudiare come “ rifiutare un impegno, un legame, una tradizione” e, pertanto il rifiuto si caratterizzerebbe come un venir meno ad un impegno sottoscritto, quanto meno con un’autorità internazionalmente riconosciuta (vds. ONU). Ma nello stesso tempo, mi par di capire leggendo il testo dell’art.11, si afferma che la guerra si “ripudia” come strumento di offesa, mentre  potrebbe anche sottintendersi  che lo scontro bellico non si ripudia  quando  sia di difesa. Ora su questo essere o non essere si articolano tutti i bizantinismi di cui noi italiani siamo maestri riconosciuti.
Noi siamo quelli dello stile tartufesco che ci ha portato nel nuovo lessico le “convergenze parallele”  (vds Moro nella politica) oppure “l’attacco difensivo” (locuzione del presidente D’Alema per giustificare il bombardamento dei Tornado su Belgrado) ed una “retrocessione temporanea in una rinviata strategia di vittoria”. In termini politicamente corretti questi bizantinismi vengono definiti come “exit strategy”. Queste premesse mi sembrano doverose perché mi sforzo di cercare le “ragioni” dei due punti di vista per poter trarre le mie personali valutazioni e, per tale motivo, cerco di coinvolgere anche qualche lettore.
Esaminiamo il fronte del NO. La prima domanda che ci si pone è constatare se valga la pena  di “morire” per Kabul o per Bagdad alla luce anche dei 72 caduti nelle due missioni; se inoltre sia giusto svolgere queste operazioni di “peacekeeping” con le attuali regole d’ingaggio che, in effetti, non ci consentono di combattere ad armi pari perché la reazione potrebbe configurare un’azione di guerra, quindi, in contrasto con l’art.11, del tipo, insomma “la guerra si fa ma non si dice”. Il cap.magg. Sanna è stato ucciso da un tizio travestito da militare afghano che asseriva di voler un aiuto perché gli si era inceppata l’arma. A delitto commesso, lo stesso è riuscito a fuggire nonostante la presenza di altri militari. Personalmente mi son posto la domanda di come sia potuto accadere e, fantasiosamente, ho pensato che l’eventuale reazione armata potesse configurare la violazione dell’art.11; pertanto, se lo si fosse arrestato, bene! Altrimenti meglio lasciarlo scappare. I sostenitori di questa tesi hanno tra le loro fila anche un eminente porporato, mons. Mattiazzo-vescovo di Padova- che,  snobbando  i funerali dell’alpino ucciso, appartenente alla sua diocesi, ha ribadito che il motivo dell’assenza era da ricercarsi nel fatto che, testualmente: “questi ragazzi non sono eroi di pace, quella è una guerra”. A corredo del NO anche la valutazione dei risultati dei 10 anni di attività: talebani sempre in loco, burqua sempre abito delle donne che continuano ad essere lapidate secondo la sharia, caccia ai cristiani, traffico di eroina a seguito della inalterata, anzi aumentata, coltivazione dell’oppio, presidente dello Stato l’ineffabile Karzaj, considerato uno dei capi più corrotti del mondo anche se definito dal direttore di Gucci “l’uomo più chic del pianeta”. Giustamente qualcuno ha scritto come sia più giusto farlo sfilare per la moda-uomo a Parigi che non fargli utilizzare lo scudo protettivo dei nostri militari.
Ce ne sarebbe abbastanza per mollare tutto e rientrare. E’ doveroso, però, puntualizzare anche le motivazioni addotte dal SI. 
Potrà non essere giusto morire per il corrotto Karzaj, ma se non si presserà in Afghanistan c’è il rischio concreto di una infiltrazione terroristica in Italia dove, molto spesso le moschee (vds. quella di viale Jenner a Milano) servono non solo come giusto e doveroso luogo di culto, ma anche come base di reclutamento terroristica. Del resto l’azione, sia pure con tutte le limitazioni, in Afghanistan ha spostato il livello dello scontro nei due paesi interessati, Iraq ed Afghanistan appunto, dove centinaia di kamikaze si son fatti esplodere i quelle zone facendo il 95% di morti fra gli stessi musulmani ed è anche successo che, dopo anni, si intraveda un inizio di democrazia partecipativa con un governo scelto dal popolo. In Iraq, bisogna riconoscerlo, pur tra tante difficoltà il processo di rinnovamento sta progredendo e sta portando avanti condizioni di vita migliori.
In Afghanistan le cose vanno peggio perché, a tutt’oggi, non vi è la piena collaborazione dei Servizi segreti pakistani, dei quali molti componenti sono collusi con i talebani. In ogni caso, al vertice NATO di Lisbona si è deciso di ridurre i contingenti stranieri che dovrebbero lasciare il territorio entro il 2014, pensando che il fenomeno talebano, se non proprio estirpato, sarà marginalizzato. E’ indispensabile, quindi, che l’Italia non rompa con gli alleati, impegnandosi con l’apprezzata qualità dimostrata finora, qualità riconosciuta da tutte le forze cooperanti. Al di là di alcuni aspetti, forse negativi, a noi italiani viene riconosciuta la qualità di essere “brava gente”.
A questo punto mi sembra corretto che ogni lettore giudichi secondo logica e coscienza ma, in ogni caso, non sarebbe male se si cambiasse qualche regola d’ingaggio che tenesse meno conto del “bizantinismo” del ripudio e mettesse le truppe nelle migliori condizioni di operare perché non può esserci zona di guerra dove si faccia esclusivamente attività di pace.

 

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