Vignetta Massimo Donateo“allo specchio”:guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma per conoscerci  osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

Ci vediamo

Ero in una città affatto sconosciuta e in un momento di ozio. Mi divertiva la consapevolezza che tutto quello che avrei visto sarebbe stato per quella volta soltanto: tutto sarebbe esistito solo nella frazione di secondo in cui rubava la mia attenzione. Non c’era alcuna  probabilità che avrei rivisto quella strada, quel palazzo, quell’edicola. Provavo la sensazione stordente del fugace, del contingente, dell’effimero: lasciarsi rapire da una prospettiva, da uno scorcio, da un campanile, da una vetrina; dai volti, dalle sillabe afferrate al volo e che hanno accenti, inflessioni del tutto nuove.
Quella città l’avrei dimenticata, non sarebbe più esistita. Cercavo di convincermi proprio per meglio gustare la fugacità di quei momenti: la prospettiva di una stradina che apparve all’improvviso, minuscola, in salita, mi ricordò le fughe prospettiche del Palladio e poi subito in alto uno straordinario terrazzo pieno di verde.

Attraversai la strada tagliando il traffico e qualcosa guastò la mia euforia. Era qualcosa di familiare che mi veniva incontro da luoghi remoti della memoria,  un tutt’uno  di occhi sopracciglia naso e fronte. Man mano che il volto si avvicinava, si condensava  su quegli occhi un aggrottare di sopracciglia: era evidente che gli facevo lo stesso effetto perché quegli occhi mi fissavano.
“Rubini!” esclamai nello stesso istante in cui lui pronunciava il mio nome ed eravamo l’uno di fronte all’altro. Tutti i miei pensieri svanirono di colpo, proprio come gli oggetti che avevo percepito fino a quel momento: curioso destino che coinvolgeva gli eventi e le meditazioni su quegli stessi eventi.
“ Come mai qui?”  
“ Come mai tu? Questa è la mia città!”.
Rubini era un compagno di liceo vivo nella memoria solo a patto di ripescarlo insieme agli altri della classe. Non ci vedevamo da più di 30 anni.
“ Ti ho riconosciuto subito!”
“ Anch’ io! A parte i colori non sei cambiato.”
“ Cosa fai, come stai?”
“ Vivo qui da un pezzo, venticinque anni, credo. Ho uno studio legale proprio qui dietro. E tu …..…”
Il dialogo terminò più o meno di colpo. Con una caduta repentina della tensione che ci aveva portato inizialmente addirittura all’abbraccio. Ci scambiammo poche informazioni sulle nostre vite e su quelle degli altri compagni dei  quali tutti e due sapevamo pochissimo, quasi niente. Quando gli proposi di prendere un aperitivo, e lui rispose che non poteva trattenersi neppure un secondo per un affare urgente, ebbi la certezza che sarebbe svanito come era apparso. Rappresentavamo una fase della nostra vita, qual è l’adolescenza ricca di scoperte. Per questo l’abbraccio iniziale. Poi una nuova qualità del ricordo, dovuta al fatto che anche nella stessa classe eravamo distanti. Così lui disse la frase che non doveva dire. Quando gli tesi la mano ( tutti e due evitammo con “naturalezza” l’abbraccio), disse:  “Ci vediamo”.
Questa frase occupò tutto il resto della mia passeggiata.

Il problema era: come si può dire una frase così in un’occasione del genere. Sapeva che quasi sicuramente non ci saremmo incontrati più. Era un suo modo di dire? No, questa spiegazione non mi soddisfaceva. Decisi di  cercare l’origine di questa modalità di saluto.
Ipotizzai che all’origine avesse il significato di un augurio. Due amici o compagni di un tempo che si augurano di incontrarsi di nuovo. Avevo l’impressione invece che la frase di Rubini contenesse un significato opposto.
Quel semplice ‘ci vediamo’, poteva essere cortesia? Cortesia autentica sarebbe stata una frase come: “ Mi ha fatto piacere vederti. So che è improbabile un altro nostro incontro perciò ti auguro buona fortuna”. Questa può essere considerata una frase cortese convincente. Gli avrei augurato anch’io buona fortuna.
No, conclusi, era un intercalare, buffo. E l’intercalare è tipico dell’impaccio. Rubini impacciato! lui che nel mio ricordo apparteneva alla categoria dei compagni che si davano da fare e ne avevano le possibilità.
La domanda diventava: perché ad alcune persone sembra difficile affrontare e risolvere  un problema in fondo così semplice, quello di accomiatarsi definitivamente da una persona? E’ veramente così arduo dire una frase come quella che augura buona fortuna? E’ il definitivo che fa paura? Se è così, si comprende: dal definitivo si fugge, ma ciò significa incapacità di affrontare problemi relazionali di primo livello.
Rubini non affronta il problema e ricorre a frasi che sono buffi paradossi. Di fatto in quella frazione di secondo Rubini mi aveva detto: “non ti dico addio e buona fortuna perché non ne sono capace, e non mi frega niente, ti mando a quel paese facendoti credere che mi piacerebbe vederti “. Che ci sia in fondo la solita stupida sottovalutazione dell’altro che torna al mittente e lo  rende ridicolo?

CONDIVIDI