La cultura popolare attribuisce la protezione degli animali alla figura di Sant’Antonio Abate, eremita egiziano che passò gran parte della sua esistenza (morì a 105 anni) aiutando i più bisognosi. Nell’iconografia classica egli posa insieme a cavalli, buoi e oche, ma gli è ancor più vicino il maiale.

L’animale, per tale collocazione, venne considerato dal popolo come un simbolo; quello di tutti gli animali da stalla e da cortile. Molti sostengono che il Santo li allevasse per ricavarne lardo che veniva poi impiegato come rimedio terapeutico per l’herpes zoster, il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio, malattia venerea che provoca danni al sistema nervoso e produce dolori molto forti. Altri, invece, credono che il maiale rappresenti in qualche modo le tentazioni del demonio che turbarono non poco la vita di Sant’Antonio. Molto tempo fa per le vie di Novoli girava lu ’ntunieddhu (diminutivo di Antonio). Non era altro che un maialino con un fiocco rosso legato intorno alla coda e con un campanello appeso al collo. Qualche devoto lo acquistava e nei giorni che precedevano i festeggiamenti dedicati alla memoria di Sant’Antonio gli veniva concesso di girovagare e di mangiare indisturbato. Pare addirittura che, vedendolo vicino alla propria casa, i cittadini novolesi lasciassero aperta la porta d’ingresso, in segno di devozione. Alla vigilia della festa, il 16 gennaio, lu ’ntunieddhu veniva catturato e venduto all’incanto per pagare in parte le spese dell’organizzazione. Già a partire dagli anni quaranta, questa ricorrenza non venne più praticata, lasciando spazio ai tanti animali che, sempre il giorno 16, affollano insieme ai loro padroni Piazza Sant’Antonio, aspettando la loro benedizione.
È certo. L’uomo deve agli animali praticamente tutto: benessere spirituale oltre che fisico. Non si discute sulla fedeltà del cane né sulla compagnia del gatto, apparentemente freddo, distaccato, ma che è solito imprimerci continuamente del suo odore, stabilendo così un legame indissolubile ed eterno. Come tra l’uomo e il cavallo per esempio. Ricerche archeologiche hanno dimostrato come il suo addomesticamento sia avvenuto già quarantamila anni fa nelle vaste steppe dell’Asia centrale. Si tratta, dunque, di uno dei primi casi di domesticazione negli animali nonché “della più nobile conquista dell’uomo”, così come molti la definiscono. Questo umile servitore condusse l’uomo nelle battaglie più aspre della storia, condividendone la vittoria o la morte. Napoleone I, di ritorno dalla fortunata campagna d’Italia, volle a tutti i costi essere ritratto con l’uniforme che indossava nella battaglia di Marengo insieme al suo cavallo bianco impennato, a dimostrazione di gloria ma anche di rispetto nei confronti del fedele compagno. In passato, prima che il motore dei mezzi di trasporto si accendesse, l’economia mondiale si reggeva sulle robuste zampe del cavallo, grazie alle quali l’uomo poté non solo arare il terreno con maggiore efficienza, ma, soprattutto, spostarsi e intraprendere rapporti commerciali anche con i villaggi più lontani.
Ancor prima che nel suo intimo maturasse l’idea di coltivare vegetali, l’uomo decise di scegliere e catturare gli animali che avrebbe potuto gestire all’interno del proprio podere. Allevandoli, nelle migliori condizioni di vita possibili, capì che per molti altri anni avrebbe in tal modo assicurato a se stesso e alla sua famiglia le necessarie riserve alimentari. Il grasso e le pelli sarebbero invece ritornate utili durante l’inverno. Nell’animo dei contadini maturò un profondo sentimento di devozione per i propri animali, tanto da invocare Dio affinché li proteggesse dalle malattie. Non si conosce con certezza in quale periodo storico ebbero inizio i primi riti di benedizione. Si sa, tuttavia, che questi venivano celebrati regolarmente in molte regioni italiane già durante il Medioevo.

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