Il libro rivisita l’esperienza, vissuta in prima persona, della lotta dell’autore contro il cancro. Il titolo rinvia immediatamente alla tematica affrontata, rifuggendo giri di parole, enigmatiche cariche semantiche, quasi a suggerire al lettore a non indugiare, a non cercare scappatoie

difensive nella lettura, perché l’esperienza del dolore non si racconta semplicemente, si vive. Quest’opera, infatti, offre una rappresentazione del reale in chiave antropologica, attenta ai grandi nodi esistenziali che acquistano profondità e comprensione nel dolore, poiché nel mettere in pericolo la stessa sussistenza dell’Io, l’evento doloroso pone le condizioni di una conoscenza radicale della condizione umana. Lo stile in cui si presenta il racconto offre una importante chiave di lettura interpretativa, la scrittura non a caso si pone a metà strada tra la prosa e la lirica, mentre gli eventi narrati non si susseguono secondo un ordinamento lineare del tempo né si dispongono secondo un ordine di causa-effetto. Si assiste ad uno straniamento descrittivo e rappresentativo che segue i moti, i sussulti, lo smarrimento dell’io e della realtà che lo circonda, di quella stessa nella quale ha vissuto prima della grande iato salute/malattia che si è verificata nella sua vita. In altri termini, la stessa scrittura non sembra offrire appigli, ripensamento ricostruttivo della vita e della sua ricerca di senso, ma anzi sembra divertirsi ad annientare le immagini con cui essa stessa costruisce un’immagine di salvezza. Si leggano a tal proposito questi versi: “non c’è nessuna siepe leopardiana l’orizzonte non è infinito. E’ sbarrato” e poi “tutto sembra condurti dentro il cuore di un’immensa tenebra e non ci puoi fare nulla. Nulla”. In un rimando intertestuale di alto livello letterario, la stessa scrittura, anche quella consolatoria della grande tradizione, sembra annegare. Ebbene una scelta stilistica di tale tipo lascia trasparire un messaggio: nonostante tutti gli scacchi esistenziali e lo sgomento dinanzi al vivere che registra e reinventa , questa scrittura arriva al cuore, senza falsità, dando un senso forte della vita che una forma narrativa come il romanzo, potrebbe più facilmente disperdere. Al contrario, questo  linguaggio, impervio anche se certo non ermetico né sibillino, richiede al lettore di conquistarlo, con l’ intensità dell’ avventura e della salita.  La lettura di questo libro non è una comoda passeggiata in pianura, poiché per acquisire verità deve rendersi meno assimilabile, più indigesto, trasformare la passeggiata in un cammino pieno di frane, di buche, di sabbie mobili.  In questo modo è possibile riprendere le fila del discorso interrotto  e si riapre l’immaginario, come, ad esempio, nel caso della tenebra prima citata,  che è un’immagine dalla quale si può attingere il punto di lontananza assoluta, in cui ritrovarsi ancora. La parola di Benemeglio elegante, tagliente, raffinata, raccoglie in sé il perenne fluire di un dolore che per questo è reso in maniera universale, trascendendo la sua vicenda personale, dal momento che il dolore non si esaurisce nella contingenza di un determinato momento. E questa parola, di cui si alimenta la scrittura è quella che come afferma egli stesso permette di “vivere eternamente grazie alla parola, vivere nella parola, grazie alla magia della parola. Farsi vita parola, parola vita, mistero che si svela, mistero che rimane”.Un’altra chiave di lettura attraverso cui analizzare il libro è quella, cui ho già accennato, dei rimandi letterari, ogni espressione sintagmatica nasconde in sé un rinvio ai testi della grande tradizione letteraria e filosofica, sia in maniera esplicita attraverso citazioni, sia in maniera implicita, come in questo caso “ma capita pure che uno sia arrivato vicino al capolinea, all’ultima stazione, all’ultimo tratto di funivia, all’ultimo casello stradale e si chieda e se Dio giocasse davvero a dadi con l’universo?”.  Un puzzle la cui ricomposizione offre una varietà di temi che gravitano attorno a quello centrale del dolore, il quale come punto estremo, apre al di là di sé, per parafrasare il titolo, la meditazione sulla morte, la vecchiaia, la solitudine,  l’insicurezza, l’infelicità, l’indifferenza, la rabbia, ma anche la solidarietà, l’amore, la speranza. Non saprei dire se questo libro possa definirsi come una catarsi del dolore, un suo allontanamento, certo offre la possibilità di meditare sul tema del dolore e sulla sua impenetrabile solitudine.