foto Piero MolendiniPartiamo dalle tue origini artistiche, quando hai iniziato a interessarti alla musica?

Per caso, durante un pomeriggio da undicenne di fronte la TV vidi la pubblicità del film “highlander”. Fui subito colpito dal suono della ritmica e la distorsione rock di Princess of the Universe dei Queen. Sapevo di un ragazzo del vicinato che aveva tutta la discografia del gruppo.

Così mi feci prestare i primi dischi e ne fui subito attratto. Mi appassionai presto alla batteria e così iniziai a creare dei drum- set utilizzando scatole di scarpe, coppe gelato e via discorrendo. Seguirono poi dei set di grandezza più o meno reale costruiti fondamentalmente in cartone. Solo dopo, con i risparmi accumulati negli anni e l’aiuto della mia famiglia arrivò la batteria.

Raccontaci un po’ del tuo percorso artistico.

Ho iniziato a fare i primi concerti in giro per la Puglia quando avevo circa quattordici anni. Inizialmente ero interessato soprattutto al rock, punk, metal, progressive e scrivevo anche brani in questi stili. A diciassette anni la mia prima tournè. Iniziai a interessarmi al jazz, la musica latina e tutti quegli stili che conoscevo poco. Intanto frequentavo clinic e prendevo lezioni di batteria a Roma e Siena Jazz, da Maurizio dei Lazzaretti, Fabrizio Sferra e Alessio Riccio. Ho iniziato a far parte di diversi progetti dove ho avuto la fortuna di collaborare con artisti del calibro di Gianluca Petrella, Javer Girotto, Nguyen Le e molti altri. E’stata fondamentale l’esperienza negli States dove ho potuto studiare con alcuni dei miei miti: Jim Black ad esempio.

Qual è il tuo pregio e il tuo peggior difetto artisticamente?

E’ impossibile dirlo in quanto quello che io considero un pregio per molti potrebbe essere un difetto.

Cos’è la musica per te?

Raccontare attraverso questo linguaggio universale il mio punto di vista. La musica mi permette di conservare una vivace curiosità per tutto quello che vivo trasformandola in suoni. Sono anzitutto un ascoltatore e quello che cerco quando ascolto musica è la sincerità, come la cerco in un libro, in una tela e nelle parole di qualcuno.

foto Piero MolendiniCome nasce una tua composizione?

Può nascere in tanti modi: da un’idea melodica, ritmica o armonica, oppure da una sensazione vissuta, dal desiderio di sentire qualcosa che mi faccia star meglio o come spesso accade semplicemente cantando. Quest’ultimo è un ottimo mezzo per raccontare qualcosa con” parole“ semplici. Non scrivo mai qualcosa che non posso cantare. “Viaggiare” infine costituisce un ottimo spunto compositivo poiché crea punti di rottura dai quali nasce inevitabilmente qualcosa.

Tra le tue varie esperienze e collaborazioni. Quali ricordi con soddisfazione?

Mi viene in mente il concerto a Benevento con Sex Rockin’, ospite Nguyen Le. Mi ha colpito molto la disponibilità e l’umiltà di Nguyen nonostante sia uno dei più importanti chitarristi che abbiamo in Europa. Questo suo modo di essere nella vita si rifletteva nel suo modo di suonare: sempre pronto allo scambio, al dialogo. Dopo il concerto abbiamo parlato sino a notte fonda.

Che cosa puoi dirci del tuo nuovo progetto “Nadan”?

E’ un progetto che avevo in mente da tempo. E’un’idea che è partita da una necessità di timbro, un unico strumento come risultante dei quattro musicisti amalgamati dall’elettronica dal vivo. Credo che durante la permanenza a New York si sia delineata questa idea. Il gruppo è formato da Giorgio Distante, Valerio Daniele e Giorgio Vendola. E’ bellissimo lavorare con loro.

Hai un particolare progetto ideale e concettuale cui arrivare come massima aspirazione?

I progetti che ho in mente e che non ho ancora realizzato sono molti. Così su due piedi ti direi che se non esistessero problemi economici e logistici scriverei  per ensamble più numerosi. Abbiamo un gruppo nel Salento non molto conosciuto, “Tirica Ucala”,  formato da dieci bravissimi musicisti che fanno della musica stupenda, scritta da Valerio Daniele. Che darei per vedere un loro concerto!. Però è dura la vita per chi non vuole cavalcare le mode del momento legando la musica a taralli, friselle e a tutto quello che un Salento maccheronico rappresenta.

Che cosa dobbiamo aspettarci in futuro?

Ho la fortuna di fare un lavoro che amo. Continuo a scrivere musica, a suonare e imparare ogni giorno qualcosa. Ho diversi progetti da parte ma non ho alcuna fretta di registrare. Adoro far fermentare l’idea dentro di me. Non mi interessa la gara a chi registra il maggior numero di dischi l’anno, come se questo fosse sinonimo di qualità. Molti colleghi lo fanno frettolosamente spendendo poi  molto tempo per l’editing in studio di registrazione cambiando un po’ qua e un po’ la. Questo a mio parere allontana molto la musica dalla spontaneità che un genere come il “jazz” dovrebbe avere, anche se inteso in senso molto moderno. Certi musicisti hanno il solo obiettivo è far parlare di sé, nient’altro. Preferisco avere un’idea precisa del brano, non solo dal punto di vista meramente tecnico-musicale, ma anche emotivo.

Siamo alla conclusione, grazie per il tempo dedicatoci. A te l’ultima parola…

Grazie mille a te ed i lettori del corriere salentino.

Per saperne di più riguardo concerti, progetti e quant’altro potete visitare il sito web  www.dariocongedo.it.  A presto…

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