La pietra leccese è una roccia calcarea appartenente al gruppo delle calcareniti che caratterizza il miocene, affiorante nella provincia di Lecce. In campo architettonico, questa pietra, che nel corso dei secoli è venuta sempre più assumendo la funzione di materiale adatto

per le decorazioni è intimamente legata alla fioritura del barocco leccese. Per la sua facile scolpibilità, gli artisti del tempo l’hanno infatti modellata in fregi, volute, capitelli, trine, cornici e lavorata facilmente al tornio. Questa pietra, in ogni modo, a conferma di un eterno contatto tra l’uomo e la natura, aveva già trovato impiego nei primi monumenti preistorici (dolmen) e megalitici (menhir) di terra d’Otranto oltre che nell’arte statuaria e nelle costruzioni romane (ruderi dell’antica Lupiae, resti del grande anfiteatro romano del II secolo d.C) ed avanzi del Porto Adriano del 130 d.C. Le aree di affioramento della pietra leccese si trovano sparse nel Salento centro-meridionale, soprattutto nell’entroterra adriatico. Il bacino più esteso è quello di Lecce. Altri importanti bacini sono quelli di Vernole, Acaya, San Donato, Galugnano, Caprarica, Castrignano dei Greci, Melpignano, Cursi, Maglie.

In lembi sparsi e d’inferiore estensione, la pietra leccese si trova anche tra Martano e Zollino, tra Galatina, Soleto e Corigliano d’Otranto, tra Palmariggi e Poggiardo, a Scorrano, Ruffano e Specchia oltrechè presso S. Maria al Bagno, sul versante ionico occidentale del Salento. In tutte queste aree di sedimentazione la pietra leccese ricopre i calcarei del Cretaceo ora in concordanza, ora in leggera discordanza angolare. Molti sondaggi stratigrafici hanno evidenziato la presenza di depositi miocenici al di sotto della copertura  dei depositi pliocenici e quaternari, che occupano gran parte del territorio salentino. Riguardo allo spessore, questa formazione geologica  presenta una potenza variabile da luogo a luogo e raggiunge al massimo i 60-70 metri. La produzione del materiale a scopi costruttivi è particolarmente concentrata nei bacini di Lecce e di Cursi-Melpignano. L’estrazione della pietra avviene in cave a cielo aperto un tempo realizzata col sistema “a gradini”, attualmente con il sistema “a fossa”.

Per la “carie” che colpisce la pietra leccese, molti monumenti del Barocco leccese, oltre a castelli, torri medioevali, masserie fortificate, monumenti megalitici e resti archeologici, giacciono in uno stato di profondo degrado  il quale oltre ad alterarne i lineamenti architettonici, cancella anche pregevoli particolari decorativi, nuocendo gravemente alle opere d’arte. C’è pertanto, da sperare che il crescente interesse che si va caratterizzando da più parti per la valorizzazione delle opere architettoniche coinvolga anche la conservazione di questi beni culturali, in quanto, in tema di prevenzione e di restauro, occorrono tempestivi interventi, supportati da opportune diagnosi per salvare l’originalità di un patrimonio di valore inapprezzabile.

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