Ulisse alla corte di AlcinooLe opere di Omero e di Esiodo contengono precisi riferimenti a una mitica età dell’oro; rimandano continuamente a proiezioni ed elementi propri dell’utopia.

Il più grande libro di viaggi dell’antichità, l’Odissea, l’opera che più di ogni altra ha influito sulla letteratura Occidentale e alla quale proprio l’ Occidente ha affidato il senso più profondo della ricerca, del viaggio, della fantasia e del sogno, contiene diversi riferimenti e situazioni dalle quali è possibile dedurre un sottile e continuo rimando al non luogo.
La critica letteraria identifica in un episodio particolare dell’Odissea la nascita, la trattazione definita e lo sviluppo del “tema utopia” che poi la tradizione greca, la letteratura, la filosofia e la poesia hanno rielaborato.
La descrizione del giardino di Alcinoo è la più antica testimonianza di utopia conosciuta nella letteratura greca.
Il giardino di Alcinoo  è il luogo meraviglioso in cui tutti sono equanimamente felici. Non-luogo, poichè fantastico, irrealizzabile, e Buon-luogo poichè una natura benevola offre perennemente i suoi doni a chi vi risiede. I Feaci  vivono in armonia perfetta che si realizza nell’ uguaglianza, nella abbondanza di risorse e nella comunione con gli dei, benevoli e vicini agli abitanti dell’ isola.

Ulisse, naufrago per volere del fato è condotto dalle correnti del mare presso un’isola. Giace su una spiaggia, abbandonato e nudo.
Medita al risveglio e al suono di voci e si domanda dove sia capitato:

“Ahimè, alla terra di quali uomini sarò arrivato? Saranno violenti, ingiusti, selvaggi, oppure ospitali e avranno un animo pio? ”

Ulisse opera, ogni qualvolta approda in un luogo estraneo, una fondamentale distinzione tra due categorie di uomini, l’una opposta all’ altra. E’ un marinaio, la conoscenza dei popoli che abitano un luogo è fondamentale.
E’ Nausicaa, a rinvenire l’ eroe abbandonato e a condurlo presso la reggia di suo padre Alcinoo, re dei Feaci.
La collocazione dei Feaci presso un’isola non è  casuale; essi vivono appartati e fuori dal mondo, la loro insularità non è solo geografica, ma metafisica . Nessuno tra i mortali può mescolarsi a loro  , Odisseo rappresenta una singolare eccezione e deve questo privilegio all’ intercessione di Zeus.
L’enorme reggia del sovrano è circondata da un meraviglioso giardino, tripartito in un frutteto, un vigneto e un orto. All’interno della reggia vi sono troni d’ogni sorta; i banchetti non hanno fine, giovani d’oro tengono tra le mani fiaccole per illuminare i commensali anche di notte. Sgorga dell’acqua da due fontane , l’ intero perimetro del giardino è circondato dall’ acqua di una delle due fontanelle.
Due cani d’oro e d’argento forgiati da Vulcano, dio del fuoco, stanno a guardia del giardino , sono vivi, incorruttibili, il dio li ha dotati di viscere e del dono di una vita immortale  affinché svolgano il loro compito in un luogo immobile nel tempo.
La descrizione fiabesca della reggia è dominata da un senso di pace straordinario ed incantevole.
I Feaci sembrano privi d’affanni, ieratici ed impassibili si godono la vita :

“Al muro stavano troni, ai due lati,
in fila dalla soglia all’ interno, e v’erano posti sopra
dei drappi sottili, ben fatti, un lavoro di donne.
I capi Feaci solevano sedersi su di essi
Per bere e per mangiare: ne avevano sempre”.

Desta meraviglia il giardino di Alcinoo, per la sua grandezza e per una natura che ha dell’ incredibile. Un moto perpetuo ed infallibile genera continuamente frutti :
“Grandi alberi rigogliosi vi crescono
Peri e granati meli con splendidi frutti,
fichi dolcissimi e piante rigogliose d’ulivo.
Mai il loro frutto marcisce o finisce,
né d’ inverno nè d’estate: è perenne. Sempre
lo Zefiro gli uni fa crescere, gli altri matura  soffiando”.

I Feaci hanno un senso molto forte dell’ ospitalità e dell’ uguaglianza. Sappiamo che una delle condizioni necessarie perché si realizzi l’ utopia è proprio la comunione dei beni e la parità fra gli uomini. Alcinoo tratta lo sconosciuto Odisseo al pari di suo figlio, al quale viene ordinato di  cedere il posto ed il trono all’ ospite :
“Appena udì questo, il sacro vigore di Alcinoo
Prese per mano il valente e astuto Odisseo,
dal focolare lo tolse e lo fece sedere su uno splendido trono, facendo alzare suo figlio, l’ ospitale Laodamante
che gli sedeva vicino: Alcinoo lo aveva assai caro.”

Elemento più volte presente in altre tradizioni è il ruolo svolto dagli dei in queste società di fantasia. Gli dei si manifestano per quello che sono ai Feaci, ed amano condividere con essi i banchetti , come avviene per gli Etiopi  :
“Da sempre gli dei ci appaiono col loro sembiante,
quando facciamo le famose ecatombi,
e banchettano presso di noi, sedendo con noi.
E se uno li incontra per strada non si nascondono, perchè ad essi siamo vicini”.

Dunque, la descrizione del giardino di Alcinoo e dell’ isola dei Feaci presenta, senza dubbio alcuno, una serie di caratteristiche e di elementi comuni alle descrizioni di utopie ravvisabili nei racconti letterari successivi.
Ma altri episodi in Omero lasciano intuire precisi riferimenti all’ utopia o a motivi propri di questo genere letterario. Nella descrizione dell’ isola dei Ciclopi, ad esempio, la natura offre spontaneamente i suoi frutti, i Ciclopi, esseri mostruosi, vivono una realtà idilliaca molto simile a quella di altri paesi d’ utopia, benchè siano esseri del tutto privi di una anche rudimentale legislazione. Sono dediti alla pastorizia, ma non all’ agricoltura. L’ isola è generosa con loro ed è ricca di frutti e viti :

“Navigammo oltre, da lì, col cuore angosciato,
e arrivammo alla terra dei Ciclopi violenti
e privi di leggi, che fidando degli dei immortali
con le mani non piantano piante né arano:
ma tutto spunta senza seme nè aratro
il grano, l’ orzo e le viti che producono vino di ottimi grappoli la pioggia di Zeus glielo fa crescere”

La poesia di Omero, il viaggio di Ulisse è anche metafora della vita e della condizione umana.
Solo ed affranto Ulisse è su uno scoglio e piange.
E’ sull’ isola di Calipso , prigioniero e triste.
Ulisse ha la possibilità di vivere per sempre, privo d’affanni e simile agli dei e non avere necessità di nulla. Gli viene offerta dunque la possibilità di vivere su un non luogo. Il destino al quale egli non può rinunciare è invece quello dell’ uomo. In esso vi è la consapevolezza dell’ irrealizzabile e dell’ impossibilità del genere umano di raggiungere quella perfezione e quella beatitudine che gli viene offerta.
Analizziamo adesso le utopie presenti nelle opere di Esiodo.

Gli antichi tramandarono un’immagine di Esiodo che non si discostava poi molto da quella di Omero; gli scrittori greci immaginarono Esiodo come un rapsodo che viaggia per la Grecia, sempre pronto ad intonare imprese di un leggendario passato.
Esiodo, autore del primo poema didascalico Le Opere e i Giorni e della Teogonia pone al centro d’ogni cosa l’attività umana e il lavoro, cogliendo l’occasione per una riflessione su una mitica e perduta età dell’oro nella quale gli uomini sono migliori. L’umanità è condannata a un degrado continuo, a una prima e originale stirpe, che il poeta descrive simile all’ oro, sono susseguiti uomini che hanno perduto quella nobiltà d’animo e la idilliaca beatitudine primordiale, equiparati  allora a metalli neppure vicini all’ oro. L’ultima razza, quella “di ferro” è quella alla quale, mal volentieri, il poeta Esiodo appartiene. La sua è un’età non priva di affanni ed angosce, è un’età di uomini crudeli,  ingiusti, traditori e libidinosi .
Esiodo colloca la sua età dell’ oro, la sua utopia (intesa in questo caso come buon – luogo piuttosto che come non- luogo) durante la mitica età di Crono.

“Un’aurea stirpe di uomini mortali”, che “crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull’Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavan la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro […] tutte le cose belle essi avevano ”.
La narrazione di un’età dell’ oro e di uomini privi di affanni e di miserie, che non hanno necessità di lavorare, nasconde velatamente il rimpianto per una società reale che probabilmente non può essere ricostruita, quasi certamente irrealizzabile, oppure irrimediabilmente perduta e sostituita da una società fatta di uomini di “ferro”, meno validi .
Una particolare attenzione merita l’assenza di fatiche, miserie e la non necessità di svolgere un lavoro che contraddistingue gli uomini della prima generazione. Come vedremo in seguito, questi sono elementi comuni a molte descrizioni d’utopie.
Sebbene l’ opera di Esiodo non nasconda del tutto una visione pessimista della vita e delle cose umane, una prospettiva fiduciosa ed una speranza è data dai rimedi che garantiscono la felicità ed il benessere: la giustizia ed il lavoro.
Un’ altra opera, che la tradizione attribuisce ad Esiodo e che riprende alcuni temi già trattati nella Teogonia canta le genealogie umane. Si tratta cioè del Catalogo delle Donne. Anche qui l’ argomento trattato, è motivo di riflessione per introdurre la fotografia di un’era differente, dai contorni mitici, un’epoca in cui gli dei, unendosi alle donne dei mortali, hanno generato una nobile stirpe di eroi.

Immagine: Ulisse alla corte di Alcinoo di F.Hayez (1813-1815) Galleria Nazionale di Capodimonte, Napoli

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