“Gesù regni sempre  più, sovrano nei vostri cuori”.
È l’augurio di Padre Pio, inconfondibile per tanti di voi che l’hanno conosciuto di persona
Padre Pio ci invita ad allargare i nostri cuori a Gesù che nasce, vale a dire alla speranza che si fa carne, alla salvezza che si fa verità, all’umiltà che si fa carità.

“Gesù regni sempre più, sovrano nel tuo cuore” è il meraviglioso pensiero augurale che ho letto su una e-mail inviatami da una delle persone più coinvolte (grazie al combinarsi delle combinazioni) nella proclamazione a Santo di Padre Pio.
Voglio, desidero, anelo . . . . estendere tale augurio:
ai molti utenti di Facebook che hanno condiviso cinque meravigliose parole di incoraggiamento . . . .“In piedi Organizzatori della Speranza”, collocate nella bacheca del gruppo “don Tonino Bello . . . . un grande profeta”;
ai tanti che riceveranno tramite e-mail la presente relazione;
ai tantissimi che la leggeranno.
Padre Pio,  ce lo ricordiamo tutti, fu proclamato Santo il 16 giugno 2002. Quel giorno, un suo grande Amico, sia in terra che in cielo, Papa Giovanni Paolo II, disse: “Insegna anche a noi, ti preghiamo, l’umiltà del cuore, per essere annoverati tra i piccoli del Vangelo, ai quali il Padre ha promesso di rivelare i misteri del suo Regno”.
“L’umiltà del cuore” . . . .Padre Pio ha sempre guardato alla Vergine Maria quale prototipo di umiltà. “Devi pensare”, affermava Padre Pio, “che Gesù, la fonte di acqua viva, non può arrivare a noi senza un canale: il canale è Maria. Gesù non viene a noi se non per mezzo della Vergine. Abbandoniamoci nelle mani della Madre celeste, se vogliamo trovare benessere e pace”. E concludeva: “Imitiamo la Vergine nella santa umiltà e nella riservatezza”. (Cfr. Così parlò Padre Pio, San Giovanni Rotondo, 1984, 140).
La preghiera di Padre Pio, che sto per leggere, ne è piena testimonianza.
“Madre mia, come mi sento confuso sì carico di colpe di fronte a te, purissima  Immacolata fin dal primo istante del tuo concepimento, anzi fin da che ab eterno purissima fosti concepita nella mente di Dio. Abbi pietà di me; uno sguardo tuo materno mi rialzi, mi purifichi, mi elevi a Dio, elevandomi sul fango della terra, per assurgere a colui che mi creò. . . . Profondi in me quell’amore materno che ardeva nel tuo cuore per Lui”.
Papa Giovanni Paolo II ha anche menzionato “I piccoli del Vangelo” . . . .Il più piccolo del Vangelo è Gesù Bambino, che questa sera ci sta guardando e ascoltando dalla mangiatoia, collocata nel presepe.
Vi leggo una tenerissima poesia di don Tonino Bello.

“Amo il presepe,
questa gaudiosa rivincita del cuore
sulla specularità del pensiero.

Perché, se sui crinali scoscesi della rivelazione
la teologia si inerpica temerariamente,
il presepe, quello popolare dell’800,
non è da meno.

Anzi, la scavalca in arditezza:
col bilico dei Suoi ponti,
col paradosso delle Sue montagne,
con l’anacronismo delle Sue città,
con la trasognata semplicità dei Suoi personaggi.

Per questo amo il presepe.

Ma lo amo, soprattutto, perché mi suggerisce
un’arditezza ancora più grande:
che Lui, il Signore,
è disposto a ricollocare la Sua culla,
ancora oggi,
tra le pietraie della mia anima inquieta”.
(Cfr. il Grembiule, dicembre 2007, pag. 4).

È questo il significato bellissimo del Presepe, del Natale: se gli facciamo spazio, ancora oggi (in un periodo di crisi economica, politica, sociale e antropologica), Gesù è disposto a ricollocare la sua culla nei nostri cuori e nella nostra anima!
A Gesù Bambino rivolgiamo una meravigliosa invocazione, presa in prestito da  Padre Pio: “O Gesù, degnati trasformare i nostri cuori, come trasformasti quelli dei Santi Magi e fa’ ancora che i nostri cuori, non potendo contenere gli ardori della tua Carità, ti manifestino alle anime dei nostri fratelli per conquistarle. . . .Non potendo contenere la comunicazione della tua divina Carità,  fa’ che predichiamo con l’esempio e con le opere la tua divina Regalità”.
Alla Madonna indirizziamo una meravigliosa richiesta di don Tonino Bello: “Santa Maria, donaci la grazia dello stupore, restituiscici il gusto delle esperienze che salvano e non risparmiarci la gioia degli incontri decisivi che abbiano il sapore della prima volta”.

Questa sera, 29 dicembre 2010, presso la Chiesa del Carmine di Martina Franca, sono chiamato a parlarvi di un aspetto che ha caratterizzato la spiritualità di Padre Pio e  don Tonino Bello: la devozione mariana.
Comincio con una meravigliosa  testimonianza di  Amore, Modestia, Dolcezza e Umanità.
Si tratta della meditazione fatta da Padre Pio, il 4  agosto 1959,  in attesa della visita della Madonna di Fatima a San Giovanni Rotondo.  
“Sia lodato Gesù e Maria. Poche ore ci separano dalla visita della Mamma nostra: non ci facciamo trovare con le mani vuote e con il cuore pieno ancora di affetti, che non sono né santi né puri davanti agli occhi della Madre.
Quindi svuotiamoci. Prepariamoci a fare un’accoglienza degna di una Mamma. E di una sì gran Mamma.
Lei viene con le mani piene di grazia e con il cuore pieno di amore per noi. Quindi, facciamo altrettanto  per quanto dipende dalla nostra debolezza e prudenza; non ci risparmiamo!
E allora sì che questa Mamma celeste sarà contenta di noi e non si pentirà di una visita tutta straordinaria per noi povere creature”.
Il giorno dopo, 5 agosto 1959,  Padre Pio è ancor più trepidante.
“Sia lodato Gesù e Maria. La nostra attesa sta per essere appagata! Allarghiamo il cuore alla confidenza e alla speranza. Lei viene con le mani piene di benedizioni e di grazie: allarghiamo i cuori nostri affinché questa Mamma possa riempirci delle sue grazie, dei suoi favori e possiamo sempre meglio acquistare la bontà di questa Mamma.
Anche noi dobbiamo fare qualche sacrificio. Il sacrificio è questo: essere perseveranti e costanti nell’amore al Figlio suo e alla Mamma celeste.
Promettiamo questo alla Madonna e siamo certi che questa Mamma non ci lascerà nell’afflizione nell’allontanarsi di qua, ma ci riempirà il cuore sempre più di nuove speranze e di nuova confidenza. Ci rianimerà sempre più a migliori auspici per il Paradiso, non soltanto per noi ma anche per i nostri fratelli.
Ma, più che mai, preghiamo questa Madre che voglia estendere ancora la sua materna benedizione sulle anime sante del Purgatorio, che presto siano suffragate dai fedeli, affinché presto possano raggiungere il Paradiso e pregare per noi”. (Cfr. Rocco De Rosa, L’Universo di Padre Pio, Rubbettino, 2006, pagg. 142-143).
Abbiamo appreso tanto circa lo straordinario stato d’animo di Padre Pio: eppure, è a letto da vari mesi, fiaccato da un focolaio bronco-pneumonico con una pleurite siero emorragica.
Quel 5 agosto arriva la tanto desiderata statua della Madonna di Fatima nella Chiesa del Convento, ma Padre Pio è impossibilitato ad alzarsi dal letto: può solo pregare.
Il 6 agosto, verso le 13,00, chiede ed ottiene di venire trasportato su una sedia  nella Sacrestia. La Statua della Madonna viene abbassata fino al suo viso e Padre Pio, con le lacrime agli occhi, la bacia e mette un rosario nelle sue mani. Poi torna a letto, mentre la statua fa il giro di tutti i reparti di Casa Sollievo della Sofferenza.
Passano un paio d’ore. Padre Pio, sempre su una sedia, si fa trasportare fino alla finestra del coro della Chiesa e, sempre con le lacrime agli occhi, saluta l’elicottero che ha a bordo la statua della Madonna.
Il 7 agosto, prima dell’alba, non ha più bisogno di letto e sedia: è in piedi, è felice  e vuole celebrare messa. Tutti lo sconsigliano. Arriva a visitarlo il prof. Gasbarrini che, attonito, lo trova guarito. (Cfr. Voce di Padre Pio, settembre 2007).
Sto per farvi partecipi di  qualcosa che risale ad anni dopo, ma non penso di sbagliare affermando che Padre Pio, in quei giorni, pensava e ripensava a quanto è grande l’amore di una Mamma.
“Povera Mammina, quanto bene mi vuole. L’ho constatato di bel nuovo allo spuntare di questo bel mese. Con quanta cura mi ha ella accompagnato all’altare questa mattina. Mi è sembrato ch’ella non avesse altro a pensare se non a me, solo col riempirmi il cuore tutto di santi affetti.
Un fuoco misterioso sentivo dalla parte del cuore, che non ho potuto capire. Sentivo il bisogno di applicarci del ghiaccio, per estinguere questo fuoco che mi va consumando.
Vorrei avere una voce sì forte per invitare i peccatori di tutto il mondo ad amare la Madonna. Ma poiché ciò non è in mio potere, ho pregato e pregherò il mio Angiolino a compiere per me questo ufficio”. (Cfr.  Epistolario I, San Giovanni Rotondo, 1987, 276-277).
Ho utilizzato, prima, le espressioni “attonito” e “felice”.
“Felice” . . . .come don Tonino Bello quando, in fin di vita, con il corpo coperto di metastasi, ma con gli occhi che potevano sempre guardare il volto della Madonna nei tanti quadri che aveva fatto collocare alle pareti della stanza, si sente chiedere dal suo medico (che lui, con un garbato eufemismo,  definiva “scettico”): “don Tonino, tu mi vuoi bene?” Racconta, “attonito”,  il medico che quell’uomo (che non poteva assolutamente spostarsi) incrociò le mani,  le mise dietro al suo collo e facendo forza, tutta la forza che gli era rimasta ancora in corpo, si arrampicò fino ad arrivare al suo viso e, piangendo, cominciò a baciarlo.
“Felice” . . . .come don Tonino Bello quando, il 20 aprile 1993, in punta di morte, si sente chiedere sempre dal suo medico: “don Tonino, vuoi recitare con me un’Ave Maria?” (Cfr. Mimmo Cives, Parola di uomo: malattia e sofferenza di don Tonino Bello, in Quaderno n. 2/2003 SPSP).
Don Tonino Bello ha concluso la sua vita terrena recitando un’Ave Maria tra le braccia del suo medico, che non era più “scettico”.
Padre Pio ha concluso la sua vita terrena pronunciando la giaculatoria “Gesù e Maria, Gesù e Maria”. (Cfr. Maria Lucia Ippolito, Il Miracolo di Padre Pio, Mondadori 2002, pag. 73).

Don Tonino Bello non parla quasi mai di Maria, ma parla quasi sempre a Maria. La Madonna è una presenza costante nella sua vita.  
Secondo don Tonino Bello in un mondo così piatto, contrassegnato dall’intemperanza del raziocinio sull’intuizione, del calcolo sulla creatività, del potere sulla tenerezza, del vigore dei muscoli sulla morbida persuasione dello sguardo, Maria è l’immagine della nuova umanità preservata dai miraggi delle false liberazioni.
Maria è innamorata della vita, è capace di attesa, è in grado di andare alla sostanza delle cose, è testimone di gratuità, di maternità, di comunione e di servizio.
Amare Maria significa imitarla, sia pure in maniera  più modesta, nella nostra esistenza quotidiana. (Cfr. Renato Brucoli, “L’alfa”,  in Maria, Edizioni Messaggero Padova, 2010, pagg. 19-20).

Vivo a Milano: l’esistenza quotidiana di chi vive a Milano è, per definizione, contraddistinta dall’ansia della metropoli. È quell’ansia che, in buona sostanza, rende “i milanesi” specialisti del sorpasso.
Niente di più falso: l’ansia del sorpasso, da tempo, si è impadronita di tanti cittadini martinesi, pugliesi, italiani, europei. . . .del mondo!
L’ansia del sorpasso ci fa guadagnare tempo, ma ci fa perdere il fratello che cammina accanto a noi. Ci mette nelle vene la frenesia della velocità, ma svuota di tenerezza i nostri giorni. Ci fa premere sull’acceleratore, ma non dona alla nostra fretta sapori di carità.
Come ci ha insegnato don Tonino Bello, è alla Madonna che dobbiamo chiedere di liberarci dall’ansia della metropoli. In termini pratici, essendo Maria capace di attendere, anche noi, su scala ridotta, siamo chiamati ad esserlo.
Vi leggo alcuni brani di una meravigliosa  testimonianza di  Amore, Modestia, Dolcezza e Umanità da parte di don Tonino Bello.
“Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura allo spessore delle sue attese. . .  . Forse è vero.
Se è così, bisogna concludere che Maria è la più santa delle creature, proprio perché tutta la sua vita appare cadenzata dai ritmi gaudiosi di chi aspetta qualcuno.
Vergine in attesa . . . .all’inizio. Madre in attesa . . . . alla fine.
E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra così divina, cento altre attese struggenti:
    l’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi;
    l’attesa del giorno, l’unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno . . . mai più;
    l’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno;
    l’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia.
Santa Maria, vergine dell’attesa, donaci del tuo olio, perché le nostre lampade si spengono.
Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro, quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia:
    l’arrivo di un amico lontano;
    il rosso di sera dopo un temporale;
    le campane a stormo nei giorni di festa;
    il sopraggiungere delle rondini in primavera;
    l’incurvarsi tenero e misterioso del grembo materno. .  .  .
Se oggi non sappiamo più attendere, è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla  . . .  .  
Santa Maria, donna dell’attesa, riempi i silenzi di Antonella, che non sa che farsene dei suoi giovani anni, dopo che lui se n’è andato con un’altra.
Colma di pace il vuoto interiore di Massimo, che nella vita le ha sbagliate tutte e l’unica attesa che ora lo lusinga è quella della morte.
Asciuga le lacrime di Patrizia, che ha coltivato tanti sogni a occhi aperti, e per la cattiveria della gente se li è visti così svanire a uno a uno, che ormai teme anche di sognare a occhi chiusi.
Santa Maria, vergine dell’attesa, donaci un’anima vigiliare. Ci sentiamo, purtroppo, più figli del crepuscolo che profeti dell’avvento.
Sentinella del mattino, ridestaci nel cuore la passione di giovani annunci da portare al mondo, che si sente già vecchio.
Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti.
Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere!
Accogliere . .  . .talvolta .  .  .  .è segno di rassegnazione.
Attendere è . . .  . sempre . . . . segno di speranza”.
(Cfr. “Maria, donna dell’attesa”, in Maria donna dei nostri giorni, Edizioni San Paolo, 1993, pagg. 17-20).

Da pochi giorni siamo entrati nella stagione invernale. Non so perché, ma mi viene in mente una frase di un poeta romantico inglese, Percy Bysshe Shelley: “If Winter comes, can Spring be far behind? (se arriva l’Inverno, può la Primavera essere molto lontana?)”
La risposta . . . .logica . . . .è no.
La risposta . . .  .che tenga conto della cruda realtà . . . .è, purtroppo, ben diversa.
Sapete come era chiamato  Shelley? . . . .Mad Shelley (Shelley il pazzo).
Perché . . . .la risposta, se tiene conto dei fatti, è inquietante? . . . .Perché la nostra vita moderna è assillata da tante ansie quotidiane:
    il salario, lo stipendio, la cassa integrazione, l’indennità di disoccupazione, la pensione . . . .che non bastano,
    i bilanci che chiudono di nuovo in rosso,
    le banche restie a concedere credito;
    i clienti che non pagano,
    la stanchezza da stress,
    l’incertezza del futuro,
    la paura di non farcela,
    la solitudine interiore,
    l’usura dei rapporti,
    l’instabilità degli affetti,
    l’educazione difficile dei figli,
    la sopportazione dei genitori anziani,
    l’incomunicabilità perfino con le persone più care,
    la frammentazione assurda del tempo,
    la passione, malsana e morbosa, per i fatti di cronaca nera,
    il capogiro delle tentazioni,
    la condanna al presente, senza profondità di memoria e di futuro . . . .
La domanda delle domande . . . .come ne veniamo fuori? La risposta è che non basta più enunciare la speranza: occorre organizzarla.
Maria dice: “Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga di me quello che hai detto”. Subito dopo l’Evangelista Luca annota che Maria si mette in viaggio per andare a trovare  Elisabetta.
Dopo aver detto “Eccomi, sono la serva del Signore”, Maria va a mettersi al servizio di sua cugina, della gente. Va a fare la serva del popolo, la serva del fratello, la serva della sorella.
Va a fare la serva degli altri: la serva del mondo. Perché? . . . .
Perché non basta essere serva del Signore, bisogna mettersi anche al servizio dei fratelli.
Perché non ha significato mettersi soltanto al servizio del Signore, senza sperimentare poi un versante concreto di servizio nei confronti del fratello che ti sta accanto, che ti passa vicino con i suoi problemi.
Come pure non ha significato mettersi al servizio dei fratelli (degli emigrati, dei poveri, dei tossici, dei malati di Aids, dei malati terminali, degli spastici . .  . .) se il nostro cuore è staccato da Dio: faremmo soltanto filantropismo, saremmo buoni, saremmo generosi . . . .ma non credenti.
Ecco perché dobbiamo invocare Maria come serva di Dio e serva del mondo, perché partecipi pure a noi questa sua incredibile qualità: ci faccia diventare più servi di Dio e più seguaci del Vangelo.
Il 20 aprile 1995, il Cardinale Carlo Maria Martini, ricordando don Tonino Bello, scrisse: “A distanza di anni Monsignor Bello continua a costituire un luminoso esempio di vita evangelica e di testimonianza missionaria. . . Don Tonino proclamò il Vangelo perché lo viveva in prima persona; fu fedele alla Chiesa perché la contemplava quale corpo di Cristo; si faceva prossimo a tutti e a ciascuno nella Carità perché si era lasciato completamente conquistare dall’amore di Gesù, figlio del Padre  e rivelatore della vita trinitaria”.
Ripeto la domanda delle domande . . . .come ne veniamo fuori da un mondo in cui gli antichi valori sono andati giù, in cui il mare ha inghiottito le boe, sicure e galleggianti, cui attraccavamo le imbarcazioni in pericolo? La risposta è che non basta più enunciare la speranza: occorre organizzarla, . . .  . pagando un caro prezzo. E  pregando.
Affermava Padre Pio: “La preghiera è l’effusione del nostro cuore in quello di Dio. . . .Quando è fatta bene, commuove il Cuore Divino e lo invita sempre più a esaudirci. Cerchiamo di effondere tutto l’animo nostro quando ci mettiamo a pregare Iddio. Egli rimane avvinto dalle nostre preghiere per poterci venire in aiuto”.
La preghiera alla Madonna, meravigliosa, è di una persona sempre disponibile (possono testimoniarlo in tanti) a portare sulle sue spalle anche le nostre croci:  don Tonino Bello.
“Santa Maria, donna di frontiera, grazie per la tua collocazione accanto alla croce di Gesù.
Quella croce ha riconciliato l’uomo con Dio nell’unica carne di Cristo.
Quella croce rappresenta:
    l’ultima linea di demarcazione tra cielo e terra;
    il confine, ormai valicabile, tra tempo ed eternità;
    la frontiera suprema attraverso la quale la storia umana entra in quella divina e diventa l’unica storia di salvezza.
Quella croce, issata fuori dell’abitato, sintetizza le periferie della storia ed è il simbolo di tutte le marginalità della terra; ma è anche luogo di frontiera, dove il futuro s’introduce nel presente, allagandolo di speranza.
È di questa speranza che abbiamo bisogno.
Santa Maria mettiti al nostro fianco.
Oggi stiamo vivendo l’epoca della transizione.
Addensati sugli incroci, ci sentiamo protagonisti di un drammatico trapasso epocale.
Ammassati sul discrimine da cui si divaricano le culture, siamo incerti se scavalcare i paletti catastali che hanno finora protetto le nostre identità.
Le cose nuove con cui ci obbligano a fare i conti le turbe dei poveri, gli oppressi, i rifugiati, gli uomini di colore, tutti coloro che mettono a soqquadro le nostre antiche regole del gioco . . . .ci fanno paura.
Per difenderci da marocchini, albanesi, rumeni, egiziani, sudamericani. . . . ingrossiamo i cordoni di sicurezza.
Le frontiere, nonostante il gran parlare sulle nostre panoramiche multirazziali, siamo più tentati a chiuderle che ad aprirle.
È per questo che abbiamo bisogno di te: per coltivare una logica di speranza, perché la speranza abbia il sopravvento. (Cfr. “Maria, donna di frontiera”, in Maria donna dei nostri giorni, Edizioni San Paolo, 1993, pagg. 52-53).

Logica di speranza. . . .soprattutto nei momenti difficili:
    quando la salute non c’è più;
    quando i debiti aumentano e le preoccupazioni dello spirito anche;
    quando i nostri figli bazzicano compagnie che non sono proprio quelle che avremmo desiderato;
    quando i rapporti con  le nostre mogli non vanno come dovrebbero andare;
    quando i rapporti con  i nostri mariti hanno preso una brutta piega;
    quando all’interno dei nostri rapporti con gli amici, con i vicini di casa, con i colleghi di lavoro . . . .ci sono delle spine che ci rendono la vita difficile. . . .
Coltivare la speranza significa non darsi per vinto. Significa sapere che Dio è più forte di tutti i nostri problemi: che alla fine la spunta. Significa sapere che la morte non è l’ultimo capitolo della vita. . . .
Questa è la logica del Vangelo, la logica delle Beatitudini; questo significa essere uomo o donna di preghiera, come lo è stata la Vergine Maria.

Un punto fermo: non si prega soltanto con le labbra. Si prega con gli occhi, si prega con le orecchie, si prega con la vita.
Sono preghiera: la logica del Vangelo e la logica del perdono.
“La logica del Vangelo” . . . .La logica del Vangelo non è la logica dell’appiattimento, della rassegnazione, del lasciar fare agli altri. È logica di  servizio, è logica di audacia.
“Gesù – il Maestro, il Signore (così lo chiamavano i suoi discepoli) – si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto”. (Cfr. Vangelo di Giovanni).

A Milano frequento la Parrocchia di San Michele Arcangelo e Santa Rita.  Alla Chiesa si accede attraverso una porta scorrevole a vetri. Sull’anta destra figura il palmo delle due mani rivolte verso l’alto e campeggia  una scritta: “SI ENTRA PER PREGARE”. Sull’anta sinistra figura il palmo delle due mani rivolte verso il basso e campeggia  una scritta:  “SI ESCE PER AMARE”.
Quelle due scritte hanno colpito la mia mente, il mio cuore e la mia anima. A quelle due scritte associo le istruzioni operative  fornite da don Tonino Bello: “Non si addice ai credenti la chiusura nel blocco rassicurante delle loro chiese, nel perimetro dei loro templi, nell’area gratificante delle suggestioni teologiche, delle accademie, delle biblioteche, delle riviste, delle raffinatezze culturali.
Dobbiamo muoverci!
Questo viaggio verso l’uomo dobbiamo inaugurarlo, e non sulle carte geografiche disegnate dai teologi, ma sulle carte topografiche disegnate dai sociologi, dagli antropologi, da tutti coloro che si piegano sull’uomo per studiarne la natura.
E, quando ci saremo mossi alla ricerca dell’uomo, andremo a porgergli l’annuncio di Dio”.
Che cosa bella: per attuare la logica del Vangelo . . . .deve farci muovere la passione per l’uomo, il vedere il nuovo anno come tempo propizio per porre rimedio ai nostri disservizi e intenerire i nostri cuori, come spazio della Speranza.
“La logica del perdono” . . . .Per illustrare la logica del perdono faccio, ancora una volta, ricorso, ad una preghiera di don Tonino Bello.
“Santa Maria, donna del primo passo, chi sa quante volte, nella tua vita terrena, avrai stupito la gente per avere sempre anticipato tutti gli altri agli appuntamenti del perdono.
Chi sa con quale sollecitudine, dopo aver ricevuto un torto dalla vicina di casa, ti sei alzata per prima,  hai bussato alla sua porta e l’hai liberata dal disagio non disdegnando il suo abbraccio. . . .
Donaci, ti preghiamo, la forza di partire per primi ogni volta che c’è da dare il perdono. Rendici, come te, esperti del primo passo. Non farci rimandare a domani un incontro di pace che possiamo concludere oggi. Brucia le nostre indecisioni. Distoglici dalle nostre calcolate perplessità. Liberaci dalla tristezza del nostro estenuante attendismo.  E aiutaci perché nessuno di noi faccia stare il fratello sulla brace, ripetendo con disprezzo: tocca a lui muoversi per primo!
Santa Maria, donna del primo passo,  gioca d’anticipo anche sul cuore di Dio. Quando busseremo alla porta del cielo e compariremo davanti all’Eterno previeni la sua sentenza. . . . Prendici per mano e coprici con il tuo manto. Con un lampo di misericordia negli occhi, anticipa il suo verdetto di grazia.  E saremo sicuri del perdono. Perché la felicità più grande di Dio è quella di ratificare ciò che hai deciso tu” (Cfr. “Maria, donna del primo passo”, in Maria donna dei nostri giorni, Edizioni San Paolo, 1993, pagg. 33-34).

Padre Pio e don Tonino Bello . . . . due figli eletti di San Francesco (il poverello d’Assisi),  due grandi Doni che il Padreterno ha fatto alle terre di Puglia e al Mondo intero.

Padre Pio e don Tonino Bello devoti della Mamma celeste, serva di Dio e degli uomini, . . .  .  due Santi, due grandi organizzatori della Speranza con la Loro parola, il Loro esempio, il Loro conforto, le Loro lacrime,  il Loro sorriso, le Loro carezze, le Loro benedizioni.

Sia lode e gloria a Gesù e Maria.