In principio era l’intervento chirurgico: l’interruzione volontaria di gravidanza, alias aborto, poteva avvenire solo in questo modo. Poi la scienza, in continua evoluzione, ha trovato nuovi metodi, meno dispendiosi economicamente e meno traumatici per la donna: in primis quello farmacologico attraverso  la RU486, conosciuta altrimenti come pillola abortiva.

Lungi dall’inoltrarci nella voragine di querelle di tipo etico, filosofico, religioso e morale, immancabili quando si parla di aborto e assolutamente inconciliabili tra loro, partiamo da un dato di fatto: la Legge 194 del 1978, che permette di abortire legalmente a carico del Sistema Sanitario Nazionale, non dà indicazioni limitative sul metodo: “Il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna”, e parlando di “procedimenti” sembra proprio prevedere la possibilità che altri metodi si aggiungano a quello chirurgico. E ancora l’art. 15 afferma: “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. Anche qui, “metodi” e “tecniche” sono termini utilizzati al plurale.
Da sottolineare, prima di tutto, che  la pillola abortiva non è da confondere con la quella del giorno dopo: la prima rappresenta un sistema di carattere farmacologico per praticare un aborto; la seconda è un sistema contraccettivo di emergenza fruibile nelle 72 ore successive al rapporto a rischio. La RU486 agisce su una gestazione in atto; la pillola del giorno dopo impedisce l’annidamento dell’ovulo nell’utero.  
L’11 dicembre del 2009,  l’Agenzia Italiana del Farmaco dà il via libera definitivo all’aborto farmacologico con la RU486. Quattro mesi dopo, il 7 aprile dello stesso anno, a Bari essa viene somministrata per la prima volta. Il dibattito che tale novità scatena è di enorme portata: in particolare, si eleva il grido di protesta del Vaticano che ha sempre condotto strenuamente la sua battaglia contro l’aborto, sostenendo la prospettiva di coloro che lo ritengono un attentato alla vita e tacciando la pillola abortiva come uno strumento che permette il ricorso all’interruzione di gravidanza in maniera assolutamente inconsapevole e irresponsabile, promuovendo la facilitazione di tale pratica omicida. Fuori dai confini nazionali il metodo farmacologico è conosciuto da molto tempo . Dalla fine degli anni Ottanta è distribuita in Francia, nel 1990 fa il suo ingresso in Gran Bretagna e due anni più tardi in Svezia, nel 1999 la pillola abortiva trova spazio in molti altri stati come la Svizzera, la Germania, il Belgio, l’Olanda, la Danimarca e la Spagna. La RU486 non è, quindi, una novità assoluta.
La situazione nel nostro paese è controversa; tra opinioni favorevoli e contrarie la RU486 continua il suo ciclo vitale: sono circa 4.300 le confezioni ordinate dagli ospedali italiani negli ultimi 8 mesi. Secondo i dati di Nordic Pharma, azienda distributrice del farmaco nel nostro paese, la maggior parte degli ordini è stata fatta dalle regioni settentrionali, mentre i valori rimangono piuttosto bassi nelle regioni meridionali e, soprattutto, centrali. Guida la classifica il Piemonte con 1203 confezioni, seguito da Toscana (563) e Lombardia (523). Al Sud ha effettuato più trattamenti la Puglia (340), davanti a Sicilia (147) e Basilicata (122), mentre le Marche battono il record al ribasso con solo 5 confezioni.

Maura Corrado

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