Oggi parlo di due miei bisnonni e del loro contrastato amore, fortunatamente conclusosi con un lieto fine. Anche in questo caso, chi vi scrive deve la sua esistenza alla concatenazione di eventi spazio-temporali fortuiti, messi in atto dal destino. Ma veniamo alla cronaca dei fatti.

Siamo in un paesino, oggi in provincia di Taranto, a pochi chilometri dal mar Ionio, una decina di anni prima della fine del XIX secolo. Lei si chiama Apollonia, ha 17 anni, è bruna e piccolina di statura ma appartiene ad una famiglia aristocratica di origine manduriana. E’ orfana di entrambi i genitori e le proprietà sue e del fratello, di salute cagionevole, sono amministrate dallo zio che provvede anche alla loro educazione. Lui, invece, si chiama Damiano, è dieci anni più grande e proviene da una famiglia con trascorsi napoleonici, stanziata in una cittadina lontana una ventina di miglia da Taranto. Di aspetto è bellissimo, secondo i canoni del tempo, non perché fosse il bisnonno di chi scrive, bensì in senso oggettivo: alto 1,98, corpo atletico, occhi e capelli chiari, con due ottocenteschi baffoni. Purtroppo, ahimè, i suoi  discendenti hanno ereditato più i caratteri genetici predominanti di Apollonia. Con questo non voglio dire che siamo da buttare via, però se fossi stato alto quasi due metri, occhi azzurri e capelli biondi, avrei ridicolizzato Brad Pitt che ora sarebbe   inevitabilmente disoccupato e privato dei favori di Angelina Jolie.
Nonno Damiano, in una forma embrionale di iniziativa imprenditoriale, ahimè anche  questa dote non trasmessa geneticamente, altrimenti ora potrei essere un noto stilista, possibilmente non gay, insieme ai fratelli aveva avviato una lucrosa attività di commercio di pellame e stoffe, che spesso lo portava a girare la provincia per affari. Fu proprio durante uno di questi viaggi che capitò in quel paesino a pochi chilometri dallo Ionio e, passeggiando per le strade, si trovò a passare vicino ad un balcone, posto al piano terra, dove c’era la mia allora giovane bisnonna. Il venusiano arciere, primo fra tutti i terroristi nei secoli dei secoli, era in agguato ed, appena i bersagli furono a tiro, scatenò la sua intifada di frecce sino a quando, sotto il fuoco dei suoi dardi, i miei avi, per usare una terminologia cara ad anglofoni e francofoni, caddero, oserei dire precipitarono, a capo fitto in amore.
Fu così che i miei due bisnonni, novelli Giulietta e Romeo al pianterreno, si innamorarono ma la cosa non fu gradita dallo zio di lei che, con molta probabilità, aveva interessi personali nell’amministrazione dei beni dei nipoti e cominciò ad osteggiare il rapporto. I due birbantelli, però, non ci pensarono più di tanto ed una notte, col favore delle tenebre e magari con la complicità di qualche donna di servizio, come si diceva all’epoca se ne uscirono cioè scapparono via, lasciando il mio povero pro, pro, pro, pro, zio in preda alla disperazione per lo scandalo, che poco ci mancò non rimanesse secco dal dolore e dal disonore. Fuggiti nella cittadina di lui, dopo qualche tempo si sposarono e nonno Damiano divenne anche legalmente il tutore della moglie e del cognato. In merito alla vicenda, mio padre sosteneva che sua nonna non avrebbe acconsentito alla consumazione dell’unione, se non prima del matrimonio, tuttavia il sottoscritto nutre sinceri dubbi in proposito. Con la legalizzazione del rapporto, i neo sposi rientrarono nel paese di lei, prendendo possesso della casa e, nel corso degli anni, Damiano dette un ulteriore saggio delle sue qualità imprenditoriali.
Il matrimonio sembra che fu felice, lo testimoniano ben quindici figli di cui, però, solo cinque superarono i primi due anni di vita e durò sino al 1914, quando una bella giornata si trasformò di colpo in tragedia. Infatti, Damiano ed Apollonia erano in un ristorante a Taranto, quando inaspettatamente un infarto colpì la mia bisnonna. Aveva solo 42 anni. Nonno Damiano le sopravvisse di soli tre anni.

Cosimo Enrico Marseglia

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