Le vicende di una famiglia e di quelle ad essa strettamente collegate, di cui noi siamo uno dei risultati finali, spesso ci portano a modificare le nostre opinioni in merito ai costumi dei tempi andati.

Accade così che situazioni a nostro avviso tipiche degli ultimi decenni, in realtà erano possibili anche in altre epoche. Infatti, noi siamo convinti che i nostri avi fossero portatori di virtù non più riscontrabili ai giorni nostri, mentre in realtà anche loro, in quanto uomini o donne, avevano gli stessi nostri pregi o difetti. Sicuramente differiva l’aspetto legale, ma ciò non pregiudicava comunque l’esistenza di situazioni di fatto. Ma veniamo adesso alla narrazione dei fatti, relativi a due persone il cui sangue scorre ancora nelle vene di chi scrive.
Questa volta siamo Napoli, capitale del regno delle Due Sicilie, orientativamente intorno al 1818. Lui si chiama Luigi, è nato nel 1799 e discende da una antica famiglia di origine normanna, ed ha avviato un’attività commerciale. Mia madre porta il suo cognome. Lei si chiama Carolina, è più giovane di due anni e, benché nata nella capitale, proviene da una famiglia di origini leccesi che conserva diverse proprietà nella città e nella provincia. La statua di un suo nipote campeggia ancora oggi in una nota piazza di Lecce. Quindi due famiglie diverse, la prima appartenente ad una nobiltà di spada che nel corso dei secoli ha gradatamente perso la sua importanza, anche in seguito ai recenti avvenimenti accaduti in Francia e che si estendono a macchia d’olio su tutto il continente europeo, pur avendo un nome di prestigio, la seconda, invece, appartenente alla nobiltà di toga ed in piena ascesa. Ci sono tutti gli ingredienti materiali per un matrimonio di interesse. Tra l’altro, a giudicare dai ritratti, lei è molto bella. Luigi e Carolina si incontrano, si piacciono in tutti i sensi, quindi si sposano. La dote di lei è molto cospicua e comprende diversi palazzi e terreni fra Lecce e Carmiano, paese dove i novelli sposi decidono di stabilire la loro residenza.
I primi anni trascorrono tranquillamente, allietati dalla nascita di diversi figli, per la precisione sei maschi e tre femmine, una delle quali fu suora sino al giorno della morte avvenuta all’età di ventitré anni, mentre Luigi provvede ad amministrare i beni della moglie. Poi, inaspettatamente, per motivi che non posso conoscere, dopo il 1850 qualcosa si rompe nel rapporto fra i due coniugi. All’epoca, qui da noi, non c’era il divorzio pertanto due persone che non andavano più d’accordo si separavano, pur rimanendo legalmente coniugi. Cosi, Luigi fece i bagagli e ritornò a Napoli, seguito dal primogenito Antonio, mentre Carolina rimase a Carmiano con gli altri figli. Luigi morì a Napoli nel 1864 mentre Carolina visse ancora molti anni, spegnendosi nel 1881.
Fu così che una storia cominciata bene finì tristemente, analoga a tante altre dei giorni nostri, con la differenza che, se all’epoca una separazione coniugale costituiva un’eccezione, oggi rappresenta la norma e, fra l’altro, si accompagna a tutta una serie di manifestazioni puerili di natura psichica, basate sul ricatto, la persecuzione, l’offesa e la mercificazione dei sentimenti, che molto spesso si riflettono sui figli.

Cosimo Enrico Marseglia,

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