Giufà, il personaggio stolto dei racconti tragicomici popolari, ha fatto il giro del mondo (metà mondo),  ma non in ottanta giorni. Il nostro “sciocco” ha viaggiato per secoli tra le vie marittime mediterranee (e non solo), tenendo compagnia ad arabi e siciliani, turchi ed egiziani. Gli aneddoti che parlano di lui circolano attraverso un’area geografica che va dal bacino del Mediterraneo alla Cina.

Di nazione in nazione, di paese in paese, di bocca in bocca, Giufà (Giucà trapenese, Giucca toscano) ha cambiato tanti nomi. L’etimologia risale all’ambito fonetico-semantico di origine araba. Il nome siciliano ricalca l’arabo Gūhā “personificazione della sciocchezza”, “colui che cammina frettolosamente o le cui azioni non si basano su considerazioni dettate dal raziocino”. Giufà o Gūhā è, infatti,  il protagonista di una serie di avventure, nelle quali si caccia spesso nei guai (da cui riesce quasi sempre a uscirne illeso). Si esprime per frasi fatte e vive alla giornata.
Per alcuni, sguardo frettoloso e superficiale, Giufà è semplicemente l’abbreviativo di Giovanni (Giuvà, Giufà).
Ad un’attenta analisi linguistica e storica non può sfuggire il rimando a chi nell’827 d.C., sbarcando nei pressi di Mazara, invadeva la Sicilia ( si parla della conquista araba) . La prima testimonianza scritta sul nostro stolto, infatti, risale al VII secolo ed è di fonte araba.
Ancora oggi in Sicilia, in Toscana e in Calabria questo appellativo viene rivolto a persona sciocca o che commette malefatte.

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