Around and About (titolo che descrive il topic in questione, l’“intorno” del luogo e l’”a proposito” del discorso) è un’opera di Gary Hill del 1980, che si ricollega ad un contesto di studio del rapporto che intercorre fra immagine e linguaggio – più in generale, rappresentazione visiva

e rappresentazione sonora. Il video è stato prodotto tramite la tecnica dello stop-motion, con l’aggiunta della sovrapposizione della traccia audio, che corrisponde al monologo dell’artista stesso. Quel che ne viene fuori da questa commistione audiovisiva è un profondo senso di solitudine, l’impossibilità di comunicare nonostante il rivolgersi virtualmente ad uno spettatore, enfatizzato da un linguaggio chiuso su sé stesso, in cui l’interlocutore risponde alle domande che si pone come fosse di fronte ad uno specchio. Vengono mostrate in successione immagini di oggetti presenti in un appartamento/ufficio deserto, mentre il soggetto parlante sembrerebbe indirizzarsi ad un “tu” ipotetico – che in tal caso corrisponde al partner (la partner) – tramite digressioni su difficoltà e problemi relazionali. Più che un rivolgersi all’altro, il discorso sembrerebbe rivolgersi su sé stesso, quasi come in un flusso di coscienza ininterrotto. E’ in questo senso, in questa chiusura del rapporto interlocutorio, tramite il monologo interiorizzante, che la voce dell’artista diventa corrispondente a quella del soggetto “veggente”, in cui pur con l’impressione dell’affacciarsi su un esterno ideale, le parole sono in realtà rivolte sul mondo interiore di chi parla; lo spazio del video, delle immagini, degli oggetti, assumono un’importanza di superficie, per far posto allo spazio mentale del soggetto (che più che guardare fuori, guarda dentro di sé). In effetti il modo in cui si susseguono le immagini è quello del ritmo vocale o della tempistica della frase, dispiegandosi così su un continuum soggiogato al fluire e alla frequenza delle parole stesse. Immagini queste desolate/desolanti, che appunto mettono in rilievo la chiusura e la solitudine della situazione (cassetti chiusi, abiti, maniglie, cavi, finestre ecc, con una rapidità consequenziale sistematica). E’ quindi correlata al contesto l’assenza di figure/personaggi, fatta eccezione per la sola voce di Gary Hill. La rapidità della successione verticale visiva – del montaggio dunque – segue il flusso di un “pensiero dal di dentro”, adeguato all’esposizione audio-visuale per un “discorso del di fuori” (le immagini e le parole – i concetti). Ed è in questo contesto che lo stesso spettatore sembra essere messo da parte – come quando si ascolta qualcuno che vuol parlarci senza offrirci allo stesso tempo la possibilità di controbattere. Il discorso appare inutile, monotono, non aperto allo stesso (o agli stessi) “tu” cui si rivolge. Non c’è musica, non ci sono rumori o suoni esterni al linguaggio stesso, e non c’è nemmeno un riferimento diretto o presumibilmente connotativo (non in senso assoluto, ovviamente) fra immagini/oggetti e parole/concetti (l’opera video si conclude con un fermo-immagine raffigurante un muro bianco, come a voler sottolineare l’auto-reclusione costruita dal soggetto “assente” fisicamente), ma soltanto libere associazioni di pensieri, parole e cose, accomunate da una scissione reciproca e dal deserto emotivo-relazionale evocato dall’opera nel suo insieme.   

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