“Quante volte abbiamo visto imprenditori onesti e capaci impegnare ogni giorno della loro vita per muoversi nel duro regime della concorrenza salvando i “propri dipendenti”, l’indotto che si è costituito intorno alla loro iniziativa, il territorio che ci ha creduto.

Imprenditori che hanno lavorato per garantire la sicurezza e la dignità umana dei lavoratori  sapendo che solo con il rispetto per il valori umani e sociali matura la crescita dell’impresa.
E quante volte abbiamo visto imprenditori che hanno utilizzato le varie forme di incentivo pubblico, dalla Cassa del mezzogiorno alla 488, per godere di un surplus di risorse e, allo scadere dei vincoli derivanti dall’incentivo, hanno scelto di dirigersi verso altri territori dove il costo del lavoro è inferiore persino alle possibilità di sopravvivenza e dove gli stessi diritti umani, compresi la dignità e la sicurezza sul lavoro, sono violati.
La chiamano delocalizzazione. Sottintende tuttavia un modo per massimizzare i loro utili e socializzare le perdite, condividendole con tutti i cittadini italiani, persino con quei lavoratori che essi stessi hanno messo in cassa integrazione o in mobilità sperando che siano la comunità e le istituzioni a trovare altre soluzioni.
Di fronte al diffondersi della seconda tipologia di imprese che sostanzialmente aggrava la crisi italiana e rafforza la crescita dei paesi dell’Est ci si aspettava che il governo avesse uno scatto d’orgoglio e, come ha fatto Obama, lanciasse una sfida nuova agli imprenditori invitandoli a rimanere in Italia e anzi stimolando anche gli stranieri ad investire da noi, garantendo dal canto suo le necessarie riforme strutturali.
Riforme tali da semplificare davvero la burocrazia, agevolare la concorrenza con una lotta contro i monopoli che ancora aggravano i costi delle imprese, praticare una riforma fiscale e avviare le infrastrutture indispensabili per realizzare subito spesa pubblica e commesse.
Pensavamo che il premier puntasse sulle Università, sulla ricerca e sull’innovazione per consentire all’Italia di uscire dalla stagnazione. E invece no, il premier, con la proposta di riforma dell’articolo 41 della Costituzione, infligge un’altra pugnalata all’etica e all’utilità sociale nel nostro Paese. È come infliggere un colpo mortale a quegli imprenditori onesti che tanti sacrifici hanno fatto per garantire la propria crescita insieme alla dignità dei lavoratori costruendo cattedrali solide fondate sulla capacità e sulla cultura d’impresa e non sulla ricerca del modo migliore per fare profitto ai danni dei propri dipendenti, della propria nazione e della propria Comunità.
Io credo che promuovere la concorrenza vera, rafforzando la capacità di competere a livello internazionale delle nostre aziende sia il modo giusto per interpretare l’attuale articolo 41. Non penso che togliere l’utilità sociale debba essere la preoccupazione delle politiche industriali in questo momento e temo che l’Italia rischi gravi passi indietro, oltre che sulla crescita, su quel bagaglio di valori che ha costituito la grandezza del nostro Popolo e che questo governo ogni giorno mette in discussione”.

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