Forse troppo di rado ci avventuriamo alla scoperta del passato, presi dalla società in cui viviamo che ci lascia pochi spunti per andare a ripescare quelle foto ingiallite che potremmo anche trovare nei cassetti dei nostri bisnonni, e alle volte non resta molto tempo da dedicare all’immaginazione.

Oggi poco è rimasto di quello che era la maestria, la sapienza e l’umiltà dei nostri antenati che vivevano una vita semplice, facendo tesoro di ciò che la terra offriva loro: molti sono i mestieri che sono scomparsi nei secoli, altri sono sopravvissuti all’innovazione che li ha comunque notevolmente trasformati, e altri ancora sono stati riscoperti e rivitalizzati, assumendo un valore incommensurabile.

Un mestiere che nel tempo ha cessato di esistere è quello de “l’ombrellaru”; oggi, infatti, se si rompe un ombrello siamo abituati a sostituirlo immediatamente con uno nuovo, ma in antichità era difficile persino poterne acquistare uno per famiglia. C’era chi, quindi, girava per le viuzze dei paesi salentini, portando con sé pinze, fili di ferro, pezzi di stoffe per poterli riparare. Era un lavoro itinerante, stagionale e poco remunerativo; si racconta, infatti, che spesso chi lo faceva era vestito in malo modo, un po’ perché racimolava ben poco e un po’ per l’esigenza di dover resistere alle intemperie.
Anche il paziente lavoro de “l’uttaru” si è perso nei secoli: oggi il vino è conservato in contenitori industriali di tutte le dimensioni, ma in passato c’era chi costruiva delle apposite “utti” in legno. Il legno più adatto per costruirle era il rovere o il castagno, dai loro tronchi si ricavavano delle doghe che con estrema pazienza venivano incurvate e sagomate in modo da formare un contenitore grossomodo cilindrico, agli estremi venivano posti dei “tampagni”, ovvero dei coperchi in legno.E per tenere ferme le varie doghe era necessario utilizzare delle fasce in ferro di diametro diverso che venivano collocate in vari punti della botte.

Sembra quasi impossibile oggi immaginare una vita senza i mezzi di comunicazione ai quali siamo abituati: la televisione, la radio, il telefono e negli ultimi decenni anche internet e il cellulare sono fedelissimi compagni di vita ai quali non riusciamo assolutamente a rinunciare. In passato c’era chi, invece, aveva l’onere di avvertire tutti i compaesani su quanto predisposto dall’amministrazione o sulle altre novità che riguardavano il paese. “Lu banditore” o “lu vannisciaturu”, così com’era chiamato, vagava, infatti, per le vie del paese, soffermandosi nei punti dove c’era più gente e a gran voce comunicava le notizie salienti. Diverso era il compito de “lu cantastorie”, che non si limitava ai confini del proprio paese, ma vagava per le vie anche dei paesi limitrofi e ponendosi su uno sgabello, detto “ancutieddu”, concedeva qualche momento di riposo alla popolazione, raccontando storie mai del tutto inventate, ma piuttosto rivisitate negli anni.
Ormai scomparso, ma assolutamente meritevole di cenno, è il mestiere delle “chiangimeurtu”, in antichità nelle nostre zone che hanno sempre lasciato grande spazio al folclore, c’erano donne che erano chiamate in occasione dei funerali ad accompagnare l’ultimo viaggio del defunto con dei sonori pianti di gruppo. Vista l’origine greca dell’usanza, ne troviamo, infatti, anche nell’ “Iliade”, la figura delle “chiangimeurtu” era particolarmente diffusa in tutta l’area conosciuta come “Grecìa salentina”.

Tra i mestieri fortemente modificati dall’innovazione c’è quello del calzolaio. In antichità c’era “lu scarparu” che artigianalmente faceva ogni tipo di scarpa, da donna, da uomo e per bambini. Erano in molti a svolgere questa professione, le loro botteghe erano, infatti, molto frequentate anche dagli apprendisti. La manutenzione, invece, era affidata ai “ciabattini”, che si limitavano appunto a riparare le scarpe rotte. Era raro che le due figure si fondessero in una sola persona, perché “gli scarpari”, oltre che produrre per la popolazione del proprio paese, esportavano i loro prodotti anche nei mercati vicini. Oggi, invece, la produzione delle scarpe è industriale e il termine “scarparu” sopravvissuto nei nostri dialetti, è stato, invece, associato alla figura del manutentore, tra l’altro in estinzione.

Ha subito molte modifiche anche il mestiere de “lu carpentieri”, se oggi, infatti, con questo termine si indica chi lavora nei cantieri edili o navali, un tempo si indicava chi realizzava artigianalmente traini, vere e proprie opere d’arte vista la perfezione con cui venivano realizzate. Oltre all’equilibrio, aspetto fondamentale per evitare che il cavallo facesse troppa fatica, “li carpentieri”, quasi inconsciamente in gara tra di loro, non trascuravano nessun particolare e dimostravano di avere anche grandi doti artistiche anche nelle decorazioni pittoriche. La loro maestria era ulteriormente esaltata quando costruivano un “brecchè” o una “scialabba”, particolari tipi di carrozze con la capote in cuoio e i fanali di ottone.

Tra i settori tipici dell’artigianato salentino c’è la lavorazione della creta e dell’argilla; in qualche angolo sperduto di qualche piccolo paese salentino c’è ancora chi di mestiere fa “lu cutimaru”. Si tratta di un mestiere risalente al VIII secolo a.C., che i nostri antenati avrebbero imparato dai Greci che allora affollavano il Salento. È considerato un mestiere quasi sacro, e per questo anche rivitalizzato, perché unisce nei manufatti, come “le ucale”, “li mbili”, “li capasuni”, “le taieddre”, “le pignate” e tanti altri, i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. La lavorazione consiste, infatti, nell’unire la terra all’acqua modellando il composto per la creazione di un manufatto, che viene lasciato asciugare all’aria e poi cotto attraverso il fuoco.

Anche l’arte del ricamo, per quanto di nicchia, è ancora praticata da qualche anziana donna, soprattutto nel basso Salento, che ancora rappresenta la culla delle nostre antiche tradizioni. In un passato, ormai remoto, tutte le ragazzine erano obbligate a frequentare una “scuola di ricamo”; spesso non c’era un vero e proprio luogo adibito a scuola, ma ci si recava da qualche “mescia” del paese, donna cui veniva riconosciuta un’abilità particolare nel ricamare e anche una predisposizione all’insegnamento di tale arte. Ogni donna per poter convolare a nozze era necessario avesse una dote, ovvero tutto l’occorrente utile per la vita famigliare quotidiana, e perciò vi erano delle donne che ricamavano, anche con l’utilizzo di un apposito cuscino detto “tombolo”, per poter rivendere le loro creazioni. All’epoca i guadagni di tali attività erano assolutamente irrisori e servivano alle donne solo a dare un piccolo contributo alla famiglia, oggi, invece, quelle poche donne che hanno avuto la pazienza e la passione di imparare a ricamare possono vedersi riconosciute le loro fatiche.

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