Fare causa temerariamente abusando dello strumento processuale e del (preziosissimo) tempo dei giudici può costare ancora più caro, da quando è stata introdotta la possibilità di condanna delle spese processuali, anche.
Così Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, segnala una delle prime sentenze in materia, la 98/2011 della prima sezione civile del Tribunale di Varese

Accade spesso che nel Paese delle carte bollate,  lo strumento giudiziario sia utilizzato con effetti dilatori ed addirittura quasi per dispetto, soprattutto tra coniugi, così come nel caso di specie nel quale tra moglie e marito era nata una vera e propria guerra giudiziaria che li aveva visti avviare ben quattro diversi procedimenti in due anni.
In particolare la signora si era opposta ad un decreto ingiuntivo relativo alla riconsegna di un impianto di proprietà del marito ed a lei affidato in comodato senza termine e perciò suscettibile di revoca. Nonostante ciò l’ex aveva citato il marito pur conoscendo l’inutilità dell’opposizione e quindi, il giudice, ritenuta l’infondatezza e soprattutto la colpevolezza con cui ha agito l’attrice, ha condannato quest’ultima – così come previsto dal terzo comma dell’articolo 96 del codice di procedura civile –  al pagamento di una somma ulteriore quantificata in ben 10mila euro.
Quindi, può ritenersi che l’ultima riforma del processo civile ha introdotto una norma a carattere sanzionatorio per tutelare la totale funzionalità del sistema, che si risolve in una pena pecuniaria da applicare d’ufficio.

 

ATTENZIONE: i commenti non sono moderati dalla redazione, che non se ne assume la responsabilità. Ogni utente risponderà del contenuto delle proprie affermazioni.