Il suicidio giovanile, è una tristissima realtà, una tragedia che accade in ogni famiglia per incomunicabilità, anche quando in casa tutto apparentemente “fila liscio”.

Sembra inverosimile che un ragazzo progetti la propria morte, elenchi su un diario le varie modalità ed infine decida d’impiccarsi, senza che assolutamente nulla del suo malessere trapeli ai familiari.
Una famiglia normale, serena, genitori in sintonia che adorano i propri figli e provvedono al necessario ed anche al superfluo, ma non all’”indispensabile”, ovvero ascolto, attenzione, consiglio, incoraggiamento, aiuto per affrontare l’esistenza, è il luogo ideale, dove possono verificarsi questi gesti estremi.
Esistenza che per un giovane più intelligente e sensibile di altri, paradossalmente, è penosa e priva di senso, assolutamente!
I genitori per quanto “perfetti”, non posseggono il magico potere di consegnare ai figli il segreto di vivere bene, di sentirsi a proprio agio, utili, in equilibrio come esperti funamboli. Come se i figli, per quanto abbiano genitori meravigliosi, non dovessero alla fine mettersi alla prova, lottare per i propri sogni con le proprie forze, imparare a proprie spese.
L’incomprensione aumenta vertiginosamente quando i figli sono più colti dei genitori o hanno un temperamento troppo differente dal loro.
Nelle case non  si comunica: c’è un brusìo di discorsi futili sui fatti, sulle cose, mai sui sentimenti, le aspettative, le ansie, le delusioni e lo scoraggiamento. O c’è il silenzio, anche se non si vorrebbe, perché nell’infanzia nessuno ha insegnato ad usare le parole opportune.
L’intimità comunicativa non s’improvvisa dall’oggi al domani, ma si costruisce  quotidianamente, impegnandosi al massimo. Bisogna dialogare mentre i figli crescono, se si desidera veramente scongiurare il pericolo che la solitudine diventi disperazione e desiderio irrefrenabile di annientamento.

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