Il “Dolce Stil Novo” nasce in Toscana tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV e costituisce il frutto più maturo della poesia volgare italiana. Partendo dal X secolo, infatti in tutti i paesi europei nella letteratura e nella poesia si affermano le cosiddette lingue volgari o “romanze”, originate dalla commistione del latino parlato con elementi linguistici ereditati dalle dominazioni barbare.

E’ in quel periodo che in Francia la poesia provenzale conosce il suo massimo splendore: in Spagna vengono elaborati i Cantares de gesta, in Germania ottiene grande successo l’incompiuto romanzo intitolato Tristano ed Isotta ed in Italia nasce e si sviluppa alla corte del re Federico II la Scuola Siciliana.
Particolarmente, proprio tale ultima scuola, concentrando i suoi sforzi soprattutto verso una raffinata ricerca stilistica, riesce per la prima volta ad attribuire alla novella lingua volgare italiana quella dignità letteraria senza la quale il “Dolce Stil Novo” non sarebbe nato.
Soltanto gli insegnamenti della scuola, infatti, esportati in Toscana grazie a personalità come Guittone di Arezzo, Chiaro Davanzati e Bonaggiunta degli Orbacciani, riuscirono ad attirare ed incanalare i fermenti sociali, economici e letterari dell’Italia centrale del XIII secolo in uno “stile” poetico “novo”, perché non  più fondato sull’esperienza linguistica classica e latina ma piuttosto su quella inedita e recente della gente italica, e “dolce” perché non più ispirate dalla mera ricerca stilistica siciliana ma fondamentalmente dai sentimenti del poeta.
In realtà, il “Dolce Stil Novo” non fu una “scuola”, come quella siciliana, ma decisamente un movimento diffuso, endemico, con caratteristiche diverse da poeta a poeta, perché ebbe origine da condizioni politiche e sociali peculiari.
Il crollo del feudalesimo e l’ascesa della borghesia avevano ridisegnato la scala sociale: il prestigio non derivava più dalla nobiltà della nascita, ma piuttosto dalla persona e dalle sue capacità e quindi dalla nobiltà d’animo.
Quel che conta in un uomo e lo rende grande è, quindi, solo la nobiltà d’animo, il suo “cor gentile” secondo i poeti stilnovisti.
Il “cor gentile” denota purezza di sentimenti, di educazione e di dignità. Esso si origina ed a sua volta genera esclusivamente Amore; ciò perché l’amore dell’uomo è un riflesso di quello perfetto ed altissimo di Dio e quindi l’Amore costituisce il principale strumento ed il principale sintomo dell’elevarsi dell’animo verso la perfezione ed il Creatore.
L’Amore ultraterreno, peraltro, non contrasta con quello terreno, anzi, per gli stilnovisti la donna e la sua innata bellezza, costituiscono la primaria musa ispiratrice di cui l’uomo dispone per elevarsi e per coltivare un “cor gentile”.
Concludendo, la poetica stilnovistica si caratterizza per una spiccata tendenza all’introspezione psicologica ed alla meditazione metafisica, da cui scaturisce  non soltanto una peculiare attenzione alla religione ed ai sentimenti amorosi, ma pure un’inedita liricità e sensibilità soggettiva del poeta.
Fra i maggiori esponenti del “Dolce Stil Novo” annoveriamo Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Cino da Pistoia e ovviamente il sommo poeta per antonomasia, Dante Alighieri.
Il primo è unanimemente indicato come l’iniziatore del “Dolce Stil Novo”.  Autore della canzone “Al cor gentile”, il Guinizelli trae l’intera sua ispirazione poetica sulla figura della donna angelicata, cioè della donna che con la sua bellezza riflette la luce divina e conseguentemente permette ad ogni “cor gentile” di esprimere e realizzare appieno la sua vera forza, quella dell’amore.
Dante Alighieri s’inserisce di pieno diritto tra gli stilnovisti principalmente per la sua Vita Nova, splendida opera redatta in versi e prosa. La figura angelicata di Beatrice, e la sua virtù, in quanto donna, di donare forza morale e sollievo dal dolore della vita, collocano Dante in una posizione molto vicina a quella del Guinizelli. Tuttavia contrariamente a quest’ultimo, l’Alighieri finisce per identificare la bellezza divina con quella umana esaltandone la somiglianza con Dio, l’essere supremo.