Sta continuando la serie di incontri di “Pulchrum et Verum”, l’iniziativa della Fraternità S. Teresa dell’Ordine Secolare dei Carmelitani Scalzi di Bari in collaborazione con Biblioteca Provinciale dei frati Minori Cappuccini di Bari S. Fara. Incontri per riflettere sul Bello e il Vero che nella 5° edizione avranno per tema: Tra crónos e kairós. Tempo di Dio, tempo degli uomini.

Questa sera alle ore 20.00, a Bari la Prof.ssa Cettina Piacente rifletterà con i presenti sul tempo, mettendo a confronto Agostino, Heidegger e Bergson.

Ogni incontro vuole essere un conoscere il tempo all’interno di un pensiero, una spiritualità, una corrente filosofica, un ordine religioso, e un confronto con gli uomini e le donne del nostro tempo.
Un bellissimo esempio è stato quello dello scorso 27 gennaio, guidato dal P. Orlando Todisco, ofm.conv., docente alla Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura – Seraphicum di Roma il quale è intervenuto sul kairòs nel pensare francescano.
Abbiamo incontrato P. Orlando e abbiamo chiesto prima di tutto il perché di una tematica come questa:

«Il problema del tempo è di per sé per un verso riassuntivo e per l’altro radicale, e dunque il più adatto per capire il senso dell’esistenza e la piega che vogliamo dare al nostro vivere. Se il tempo è la coscienza del divenire, interrogarsi sulla sua indole – la sua natura, la sua logica, la sua profondità – equivale a chiedersi quale sia la portata del nostro divenire, se cioè si sviluppa in una sorta di circolarità, e cioè in una perenne ripetizione di ciò che è già accaduto; o se invece è lo spazio del nuovo che ci accade o che facciamo accadere, sicché talvolta siamo spettatori e talvolta protagonisti; soprattutto ci si chiede se il tempo vada interpretato in termini neutrali come puro scorrere degli eventi o se, invece, non porti con sé una particolare sacralità o, meglio, non offra delle opportunità divine, davvero singolari, da cogliere e mettere a frutto».

Vogliamo spiegare il significato del termine greco kairòs in generale e il suo uso nella teologia?
«In generale, tale termine per i greci significa opportunità favorevole, momento propizio, e cioè allude a quando occorra iniziare una guerra, a quando cominci il processo di guarigione, a quando occorra prendere una decisione. In teologia tale termine si riferisce al ‘tempo della salvezza’, il tempo che è in potere del Padre. Il kairos allora è lo sguardo benevolo di Dio nel tempo, per cui ogni passo dello svolgersi del tempo è un kairos, un momento decisivo, un momento di salvezza. Il grande kairos è l’incarnazione del Verbo, con cui inizia la storia dei kairoi o tempi durante i quali matura la nostra salvezza personale. Qui la teologia svolge un grande ruolo, nel senso che ci introduce nella logica interiore della salvezza, aiutandoci a vivere questi kairoi o tempi forti o tempo dello spirito. Quando dice che nessuno conosce il tempo all’infuori del Padre, Gesù fa riferimento all’ultimo kairos, quando risorgeranno i morti e la storia avrà fine. E’ il kairos supremo che Dio ha riservato per sé».

Nel corso del suo intervento a citato diverse figure francescane, come San Bonaventura e il suo rapporto con il kairos

«Tutti i pensatori francescani hanno preso in esame il problema del tempo, con particolare riferimento alla storia della salvezza e dunque all’indole storica del tempo, da Bacone a san Bonaventura a Duns Scoto. La consapevolezza del potere erosivo del tempo – il tempo fugge, consumando – ha indotto i francescani a indagare l’indole del tempo, sia in rapporto all’idea, diffusa nel medioevo, circa l’eternità del mondo – tesi sviluppata in linea con la prospettiva greca, per la  quale non è pensabile che qualcosa cominci a essere e dunque la creazione nel tempo pare impossibile – e sia in rapporto a quell’elemento qualificante che è l’’istante’ – non abbiamo coscienza che dell’istante o del presente. Ebbene, in merito all’istante le figure che hanno detto le cose più importanti sono Bacone e Duns Scoto, la cui tesi è che, come attraverso un punto passano molte linee, così attraverso l’istante passano e si intrecciano tutti i tempi – psichico, biologico, spirituale. È il peso o la pluridimensionalità dell’istante.
Sempre in merito all’istante, ciò che invece è stato messo in luce da Bonaventura è che l’istante è simbolo del nuovo, del cominciamento, e dunque del venire al mondo, come anche della conversione. Commentando un’espressione di Agostino, secondo cui ‘initium ut esset factus est homo’ e cioè l’uomo è un inizio ed è stato fatto perché dia inizio a nuovi capitoli, Bonaventura sottolinea l’aspetto denamico del nostro essere, il nostro attraversare il mondo – è famoso il suo itinerarium mentis in Deum – il nostro peregrinare attraverso il mondo, assieme alle creature. La novità di Bonaventura rispetto ad Agostino sta nel fatto che mentre per Agostino il tempo è nell’anima ed è vissuto nella sua tensione verso Dio – inquietum est cor nostrum donec requiescat in te, Domine – per Bonaventura il tempo avvolge tutte le creature e deve essere vissuto in modo che porti a Dio assieme a tutte le creature. Non si va a Dio da soli, ma assieme a tutte le creature. E’ il Cantico delle creature di san Francesco».

C’è un rapporto di avversione tra Cronos e Kairòs ovvero tra tempo quantitativo e tempo qualitativo.  Come viene vissuto oggi dagli uomini e le donne del nostro tempo? Riusciamo a recuperare la qualità o guardiamo solo alla quantità?

«L’uomo contemporaneo, grazie alla raffinata strumentazione scientifico-tecnica è in grado di dominare il tempo. Non c’è più distanza temporale – gli  eventi è come se accadessero simultaneamente in tutti i punti del globo. Il tempo nel suo carattere quantitativo è inglobato nella tencologia, di cui l’uomo si serve, affermando il suo potere. Ma l’uomo può dirsi responsabile della tecnologica o invece è al suo carro, diventato suo schiavo? Non siamo oggi incantati dalla tecnica, per cui, sia pure attraverso la tecnica, siamo in balia del tempo e del suo scorrere, vivendo fiammate rapide sia che gioiamo sia che soffriamo? La dimensione sacra o qualitativa del tempo come è possibile viverla e recuperarla? Ebbene, noi viviamo entro l’onda redentiva, il nostro è tempo redento, è tempo sacro. Occorre lasciarsi prendere dalla forza del regno, che Gesù Cristo è venuto a instaurare tra noi. Come? Vivendo il tempo a nostra disposizione come un dono, non dunque in modo conflittuale e distruttivo; dilapidando, assieme al tempo, la nostra stessa esistenza, ma appunto come un dono da mettere a frutto creando qualcosa di bello e di grande, come segno del nostro passaggio, a beneficio di quanti sono con noi o intorno a noi. Se viene percepito come dono, il tempo occorre donarlo, con intelligenza e creatività. In questo senso il tempo da quantitativo può diventare qualitativo. Siamo noi i responsabili della qualità del tempo, nel senso che riflette l’indole della nostra vita, a seconda se ricurva su se stessa, chiusa a ogni trascendenza, o se invece aperta a Dio, attenta alla sua voce, ai segni della storia».

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