Claudio Coccoluto è uno dei più importanti dj italiani di fama internazionale. In attività dai primi anni ’80 ha ottenuto in questi anni numerosi successi e soddisfazioni. Venerdì 4 Febbraio si esibirà, con il suo djset, all’H25 di Bari.

Ti si può definire un’icona della House Music “made in Italy”. Ripensando alla tua carriera, sempre in ascesa, che emozioni provi?

Tanto per incominciare, parlare di carriera non mi convince affatto. Quando c’è in ballo una passione così forte, come la mia per la musica, le cose succedono in dinamiche molto diverse. Quello che vedo è un percorso dove gli avvenimenti si concatenano cercando di aggiungere qualcosa, di completare o di raggiungere qualche traguardo nuovo. Ma non è una carriera. Una Carriera è qualcosa che è legata ad una gerarchia, al conseguimento di posti più assidui. Non mi appartiene molto come concetto. Preferisco pensare a una condivisione di emozioni, quelle in questo caso, come dici bene, sono importanti, anzi, sono la motivazione stessa dell’andare avanti. Ritrovare certe emozione belle, cancellarne alcune brutte, oppure migliorare e cercare di perfezionare. Sai, io dicevo una volta: alla ricerca della “serata perfetta”. È un luogo utopico che vale la pena sognare, perché tutti i dj lo vorrebbero toccare almeno una volta nella vita. Poi, come dire, il perfezionismo, l’autocritica che ti fa dire «Manca ancora qualcosa…», «ci vorrebbe questo…», «si potrebbe fare meglio…» e allora continui cercando di arrivare al risultato. Ecco io preferisco definirla così.

Sei stato all’Area Sanremo ed hai dato consigli ai cantanti del domani. Che suggerimento daresti ai giovani dj?

Ma guarda, essenzialmente sono gli stessi perché poi alla fine chi tratta l’arte o l’artigianato, in base a come la si concepisce, deve avere una rispetto sacrale per quello che sta facendo. Oltre a questo rispetto anche il senso del sacrificio viene un po’ a mancare, perché siamo nell’età del Grande Fratello e del tutto e subito. Queste cose con i percorsi artistici, con i percorsi di accrescimento, hanno poco a che fare. Non ci sono scorciatoie! La gavetta è fondamentale, come è fondamentale avere alcuni anni di esperienza e di conoscenza sulle spalle. Siccome viviamo in anni di accelerazione tecnologica tutto questo ha creato spesso dei grossi malintesi, proprio perché la tecnologia spesso aiuta in maniera sconvolgente. Riesce a far fare a tutti cose che prima facevano solo in pochi. Però nello stesso tempo, proprio per mancanza di percorsi culturali, la cifra e la profondità di questi interventi artistici è un po’ bassa. Quindi ci troviamo a rimpiangere tempi in cui la tecnologia era meno avanzata ma c’erano più applicazioni e più idee.

In tutti questi anni di “militanza”, qual è l’episodio che ti ha dato maggiore soddisfazione?

Non mi interesso molto del passato. Cioè non è una cosa che tengo molto presente, nel senso che mi interessa molto di più il futuro e quello che farò. Quindi ce ne sono tanti di episodi. Me ne vengono in mente tanti e nessuno ma sono legati a certe cose e a certi momenti, tutte cose che mi interessano poco rispetto ai programmi per il futuro, che sono la vera spinta del mio motore. Si dice: “Una cosa fatta a capo và”. Non è che io mi vado a beare di quel party o di essere stato in quel posto. Sì, è una cosa che è stata bella ma non faccio nomi per non fare torto a nessuno e anche perchè potrei dimenticarne qualcuno. Adesso, parlando con te e parlando della Puglia, riaffiorano alla mente certe serate del Clorophilla che sono state indimenticabili. Perché l’atmosfera che si respirava, in particolare qualche anno fa a locale appena aperto, appena fresco, in una location così diversa da quello che può essere una discoteca normale, ha lasciato un segno importante. Non capita spesso di trovare dei posti così belli, materialisticamente parlando. Quindi sicuramente questo lo posso citare.

Tutti hanno dei sogni, anche chi ha raggiunto dei grandi traguardi come te.  Quali sono i sogni nel cassetto di Claudio Coccoluto?

Io vivo di sogni! Non faccio altro che sognare. Vivo di progetti che non metterò mai a punto e che non riuscirò mai a eseguire, o almeno nel numero di idee e di sogni. Però, diciamo che il sogno più bello in assoluto, per me, sarebbe fare la colonna sonora di un film bellissimo. Ritengo che sarebbe una sorta di coronamento di un lavoro di tutta la vita di dare il corollario di emozioni alla musica che suoni o che produci. Quindi quando hai la possibilità di farlo attraverso le immagini, secondo me è il top. So che non succederà mai o sarà una cosa difficilissima da fare accadere, però non mi tirerei indietro.

Di tutte le attività che hai portato avanti contestualmente a quella del Dj, quale hai svolto con più piacere?

Contestualmente l’unica attività che ho portato veramente avanti è quella di imprenditore nello stesso ambito. È sempre stata un’attività parallela e continuativa. Tutto il resto sono state occasionalità, colte per strada e coniugate in maniera goliardica. Non penso a darne tutta questa importanza. Voglio dire, se mi invitano a fare la comparsa a “Ciao Darwin”, piuttosto che al “Festival di Sanremo”, io ci vado come va un bambino sulla giostra, per divertimento e per curiosità, ma non vado a metterlo in luce come un traguardo, quindi lo ritengo solo occasionale. Quello che non ritengo affatto occasionale è l’attività di imprenditore che mi permette di fare tesoro degli sbagli altrui, perchè girando vedi anche imprenditori da non imitare. È quello che ritengo essere l’attività che mi riesce meglio dopo mettere i dischi. Anche se poi non ne faccio completamente un business, è più una celebrazione della mia passione estesa all’organizzazione di un club, perché si avvicina un po’ al mio ideale di club, farlo con i miei soldi e con le mie competenze. Non è esattamente quello che vorrei, perché per fare esattamente quello che vorrei dovrei vincere al Super Enalotto, ma al momento sono contento del Goa.  

Nel tuo Myspace hai scritto che la tua attività non si discosta molto da quella dell’architetto. Anche tu, come lui, dai forma. Attraverso il suono organizzi lo spazio. Come tutte le categorie, anche gli architetti, al giorno d’oggi, utilizzano il computer. Tu che utilizzi il vinile, quando sei in consolle, ti definiresti un “architetto d’altri tempi”?

No. Anche perché Pininfarina, faccio un esempio clamoroso ma potrei dire Renzo Piano, realizza i suoi progetti col Cad, ma tutto parte da uno schizzo a matita, sempre. Anche per l’architetto più tecnologizzato. E poi questa storia della mia scelta del vinile è una storia che parte un po’ da lontano. In effetti non ho mai avuto l’input della tecnologia e probabilmente ancora oggi sono molto più tecnologico di molti miei colleghi più giovani, però è un problema di scelta culturale. La mia è una scelta contro il cd e non contro l’ mp3 e il sistema digitale. Il cd lo trovo veramente un surrogato del disco assolutamente trascurabile e l’ho trascurato completamente, cioè l’ho saltato a due piedi. Nell’era del digitale trovo tantissime cose nuove ed interessanti, ma non trovo ancora un uso corretto e rivoluzionario della tecnologia che valga la pena di far lasciare i dischi nella valigia. Lavoro e studio al fine di trovarlo, infatti quando mi hai chiamato ero al computer a testare un software e una macchinetta per vedere cosa ne riuscissi a tirar fuori. E da tutto questo ancora oggi, ti dico, non viene fuori la vera rivoluzione del suono. È come usare un telefonino solo per telefonare e invece sappiamo che gli smartphone fanno tutto tranne il caffè. Allora stiamo in una fase in cui la tecnologia non si è scatenata, perché c’è un’abbuffata e una corsa verso la tecnologia ma non c’è un vero uso approfondito. L’innovazione c’è stata di più negli anni 80 con i campionatori che hanno dato la svolta alla musica house, dove tutto ciò che è venuto fuori dalla tecnologia è diventato un movimento. Adesso questo manca. Ma manca perché la tecnologia ha allargato moltissimo la possibilità di fruizione. Questo diventa un problemino perché tutti vogliono fare il dj dopo dieci minuti che utilizzano un software. Allora da qui la mia polemica costruttiva e a fin di bene: ma perché ti devo agevolare “l’ingresso” in una professione, in una professionalità, in una scena, dandoti la stessa capacità di utilizzo che avresti con una Playstation? Perché di questo stiamo parlando. Alla fine mettere dischi col Tracktor è come usare un videogioco qualsiasi. Paradossalmente a Fifa11 ti devi impegnare molto di più per avere risultati. Quindi è solo per dire che chi mette i dischi, alla fine se lo deve inventare. Il fine ultimo non è stare sull’altare della consolle di un club, ma il fine ultimo è far divertire la gente ed è una cosa molto diversa da quella che spesso succede in giro perché ci sta un po’ di confusione nei ruoli e nella definizione dell’essere dj. È un tema veramente complesso, ci sarebbe da fare considerazioni sociologiche. Quello che sta succedendo è una rivoluzione, ma allo stesso tempo non lo è. Lo è nel mezzo ma non ancora nei contenuti. E tutto questo è causa degli strumenti rivoluzionari che stiamo usando. Si è appiattita la proposta. Escono 10.000 dischi, rispetto alle centinaia di prima però sono tutti meno belli, meno intensi, meno profondi.

Quella di venerdì non sarà la prima serata che fai con noi di “Musica & Parole”. Hai qualche ricordo particolare delle serate passate in nostra compagnia?

L’ho già detto prima: il Clorophilla. Ma diciamo che anche la mia scorsa serata all’H25, un annetto fa’, mi ha lasciato ottime sensazioni. Il discorso più importante che si può fare in questo caso è che le persone crescono, crescono di età, crescono di esperienza e crescono anche di sensibilità. E quindi non è un caso che poi ci si ritrovi nel corso della vita, magari dopo qualche anno che non si è lavorato insieme, ci si ritrova per forza. Perché, secondo me, il destino delle persone che hanno un atteggiamento serio e professionale, ma anche appassionato alle cose, dà questo risultato. Diciamo che la mia storia con Musica & Parole è  veramente riassunta da questo concetto.

Intervista a Claudio Coccoluto a cura di Valter Cirillo