Seguirò il volo
delle gazze e i silenzi
assordanti
degli scantinati


e tu non potrai
venire

Siederò lungo l’argine
angusto
della palizzata

e tu non potrai
venire

non mi potrai
cercare
dove niente
è dato
di vedere

perché tu non potrai
venire
… (Dalla poesia “Tu non potrai venire “di  Daniele Di Maglie)

Daniele Di Maglie, tarantino di nascita e barese d’adozione dopo gli studi universitari, scrive canzoni da oltre vent’anni, coltivando parallelamente un profondo amore per la letteratura e la poesia.

Partiamo dalle tue origini artistiche, quando hai iniziato a interessarti alla musica?
Ho cominciato a scrivere canzoni nell’adolescenza, anzi no, anche prima… a cinque anni, con una mia cugina un po’ più grande, scrissi “joe l’africano” (in televisione imperversava la saga di Radici e la canzone recitava: “è calata la notte sul continente africano e in una capanna è nato un bambino”. In questo modo ammorbavamo le feste comandate intonando a cappella circa una decina di strofe melodrammatiche, tipo: “attenti negretti, attenti bambini… l’uomo bianco è arrivato, è un uomo spietato”). Crescendo, mi emancipai da un certo domenicalismo familiare, cominciando a covare un certo pudore espressivo e ad ascoltare musica, soprattutto cantautori… Il primo, mi ricordo, fu Mario Castelnuovo! Poi De André… Il suo “volume 1” lo rubai alla standa una mattina nevosa dei primissimi anni ’80. Una vera e propria esperienza mistica… quando tornai a casa e ascoltai “preghiera in gennaio”. In altre parole: fregato, per sempre. Imparai a suonare la chitarra perché tutto quello che volevo era “raccontare storie”. Gente come Fabrizio De Andrè, ma anche Bob Dylan (che scoprivo grazie alla guida illuminata di mio fratello), Piero Ciampi, il primo De Gregori, Lolli ed altri stavano lì ad insegnarmi che la canzone è un mondo meraviglioso. Com’è meraviglioso il potere di far vibrare l’emozioni e suggestionare, irretire… Così scrissi una serie di canzoni “così e così” prima di una tal “milano-taranto delle 23” che mi procurò una certa simpatia presso i miei pari…  Direi che grosso modo ho iniziato così.

Raccontaci un po’ del tuo percorso artistico.

Sono stato un adolescente sprecone e nichilista… Certo ho scritto canzoni quasi da sempre, come dicevo, ma ho cominciato a esibirmi dal vivo piuttosto tardi. A ventotto anni, per l’esattezza (fatti salvi alcuni timidi tentativi precedenti). È stato dopo la laurea, e in terra di Bari, che ho incominciato a suonare dal vivo… Prima da solo, con la chitarra, affrontando il più difficile dei pubblici: quello dei pub; poi, mettendo su una band, la Salamandra Folk Orchestra… e iniziando a macinare qualche chilometro in più, girando le piazze, le manifestazioni… Arrivarono così i primi premi e riconoscimenti: Suoni di vita, “Io preferisco Cant’autore”, Musica è, premio Imaie l’altra musica… Poi il disco “non so più che cosa scrivo” e poi sempre più concerti, a Bari, fuori Bari, in tutta Italia… Le interviste in radio, i festival… C’è stato un periodo in cui ho suonato davvero tanto in giro… Adesso ne provo quasi una struggente nostalgia visto il ritardo ormai cronicizzatosi negli anni dell’uscita del nuovo disco (ma questa è una storia tutta ancora da scrivere…).

Raggiungere un proprio stile e identità, quanto è importante per un musicista?

Credo sia fondamentale per uno che intenda lasciare una sua “voce”…

Cos’è la musica per te?

Credo sia principalmente uno strumento di autodeterminazione… Oltre che pharmakon, nell’accezione greco-attica del termine (che allude al rimedio, alla cura… ma anche al veleno, alla dannazione). Ecco: per me la musica è salvezza e dannazione… perché un viaggio che non ti salva, ti condanna… (ch’è un po’ il significato più intimo della mia “ballata del vecchio marinaio”, il cui titolo è pretestuosamente riferito al coleridge dell’omonimo poema).

Tra le tue esperienze e partecipazioni, quali ricordi con soddisfazione?

Beh…diverse… Ricordo per esempio di aver aperto un concerto di Claudio Lolli  (per un cantautore del mio “solco”, voglio dire…) e di essere stato a cena con lui e di avergli fatto ascoltare alcuni pezzi e di aver ricevuto i suoi complimenti… e quelli di Moni Ovadia all’alterfest di Cisternino… Ricordo gli apprezzamenti di Bruno Lauzi a Roma in occasione del premio Imaie (anno 2000) o quelli di Nichi Vendola prima della presidenza. Ricordo concerti orgiastici tipo il Carpinofolkfestival o in una casa del popolo di Schio (provincia di Vicenza) o nei paesini più sperduti della Lucania o della Calabria… Ricordo un concerto nelle montagne di Lecco… dove finimmo a farci fotografie sdraiati per terra col proprietario del locale… Nel 2006 ho sfiorato la possibilità di aprire il concerto di Bob Dylan all’Anfiteatro del Mediterraneo di Foggia… in realtà avrei dovuto suonare prima di lui perché così prevedeva il concorso da me vinto in quella occasione, ma alcuni disguidi con lo staff tecnico del Musicista americano ne impedirono la realizzazione… Per cui fui semplicemente premiato sul palco e buonanotte, comunque…

Come nasce una tua composizione?

Mah… solitamente comincio da alcune litanie, loop che s’insinuano sordidamente nelle cervella… Passo alla chitarra. Individuo un minimo di struttura o d’ipotesi di struttura iniziale e procedo nell’eventuale stesura del testo…

Hai un particolare progetto ideale e concettuale cui arrivare come massima aspirazione? Avendo ogni mezzo possibile dalla tua, cosa faresti? Insomma, il tuo sogno nel cassetto e il massimo ideale artistico da perseguire?

Guarda, mi accontenterei di vivere dignitosamente delle mie canzoni… e di lasciare una mia “voce” a memoria futura… Fare un centinaio di concerti all’anno… e magari sul viale del tramonto ottenere un vitalizio al Pritaneo o più semplicemente la Bacchelli… Ovviamente, nel massimo della felicità…

Che cosa dobbiamo aspettarci in futuro?

Spero il disco, nell’immediato (che contiene, tra gli altri, un brano arrangiato da Caparezza, ormai sono più di due anni, sigh…)… e un prorompente ritorno sulla scena live… Beh… rispettabile, almeno, corroborante… Ritornare, insomma. Credo che il meglio debba ancora venire… Poi ultimamente m’è presa ‘sta fissa del recicantato… Nel bel mezzo di un concerto dico al mio pianista (cristò chiapparino alias yes man del book cross entertainment) d’improvvisare qualcosa… così tiro fuori un foglio o la moleskine e mi metto a recicantare, appunto… Declamo, poesie, frammenti, filastrocche, poemetti… (credo che sia interessante a questo riguardo andarsi a pescare su youtube, se siete maggiorenni!!!, uno stralcio dell’anno scorso dal titolo “l’oca giuliva”, sempre che poi non mi togliate il saluto…).

Siamo alla conclusione, grazie per il tempo dedicatoci. A te l’ultima parola…
Grazie a te!

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