“Sul pessimismo della ragione tento di far prevalere l’ottimismo della volontà”.
Riprendo queste parole di Gramsci, con cui il presidente della Corte d’Appello, Mario Buffa, ha aperto il suo lungo intervento per l’inaugurazione del nuovo anno giudiziario, sottolineando come l’ottimismo, corroborato dall’azione pratica, debba permeare il cammino

delle nostre comunità e delle Pubbliche Amministrazioni che le rappresentano.
L’allarme lanciato dal presidente Buffa è stato chiaro: le denunce relative a reati come la corruzione e il peculato sono in forte calo. Per quale ragione? Eliminata l’ipotesi più auspicabile, e cioè che ci sia una riscoperta autentica del valore della legalità, restano in piedi altre ipotesi meno incoraggianti: i magistrati non indagano a sufficienza? Le Forze dell’ordine non svolgono a pieno il loro compito? I cittadini onesti sono in minoranza e resi silenti dalla paura? Qual è la falla da trovare e da chiudere?
Interrogativi inquietanti, a cui occorrerebbe dare delle risposte immediate. Salvo poi, puntare il dito contro due Pubbliche Amministrazioni in particolare, quelle di Galatina e Monteroni, dove la politica s’intreccerebbe con gli interessi del malaffare e, dunque, della criminalità organizzata.
Notizia ghiotta per tv e giornali (basti guardare i titoloni dell’ultima settimana), un po’ meno per due comunità e per i propri abitanti che, volenti o nolenti, vedono sbattuto in prima pagina il mostro, salvo scoprire poi che essi stessi, con il territorio che li vede vivere e lavorare, rappresentano il “mostro” e tutto ciò che ne consegue. E mentre le maggioranze politiche si affrettano a richiedere incontri con l’autorità prefettizia, rassicurando sull’assoluta trasparenza della macchina amministrativa, le opposizioni, ringalluzzite dall’insperata attenzione dei media, ne approfittano per lanciare accuse, aumentare sospetti e seminare dubbi.
Tutti al lavoro, dunque, per aumentare l’incertezza, per fomentare il dubbio e per accrescere una sorte di insicurezza, che non giova a nessuno, se non al malaffare, che trova terreno fertile per mettere radici e vegetare.
È necessario, allora, che si esca fuori dalla fumosità, che ci si riscopra forti non solo nel denunciare situazioni di difficoltà o di illegalità di una PA, ma anche nel fornire delle risposte precise per prevenire le situazioni di disagio e stroncare sul nascere quelle di illegalità.
Alla ferma condanna di tutte le istituzione, deve seguire l’azione concreta per evitare che le PA, specialmente quelle più esposte alle contaminazioni mafiose e alla voracità della corruzione, possano smarrirsi nella fitta boscaglia del pressappochismo, dell’ignoranza, della superficialità e del profitto.
Penso, allora, ad uno Sportello ad hoc per le PA, alla figura di un magistrato o di un pool della Procura, che si metta al servizio della macchina amministrativa, che rappresenti un punto fermo per dissipare i dubbi, incoraggiare la legalità e sostenere le denunce, in un’ottica non di delazione, ma di piena collaborazione. Spesso, un amministratore viene lasciato solo nel suo difficile compito di amministrare la cosa pubblica, dovendo fare i conti non solo con la difficoltà del ruolo a cui è chiamato a rispondere, ma anche con la fragilità della propria condizione umana.
Poter contare su una figura di riferimento potrebbe incoraggiare chi viene a conoscenza di fatti reato a riferire all’autorità preposta, ma nello stesso tempo potrebbe costituire un forte deterrente per i pubblici amministratori collusi. Penso ancora ad una figura con compiti di vigilanza sulla trasparenza degli atti, che però non sia di nomina politica come nel caso del difensore civico.
Penso a piccole riforme che ripristinino un maggior livello di controllo degli atti amministrativi, ad esempio la nomina dei segretari comunali sia del Prefetto e non del sindaco.
Ripenso al controllo di legittimità una volta operato dal CORECO, che nonostante tutto condizionava gli enti locali a interrogarsi sul rispetto delle norme di settore utilizzate.
Non solo la paura, ma anche lo scoraggiamento, la solitudine e il pessimismo possono alimentare la cultura dell’omertà.
Uscire fuori dalla fitta nebbia dell’ambiguità e della debolezza, significa fornire gli strumenti per far sì che le PA siano sostenute, incoraggiate e motivate nella loro difficile opera di amministrare la cosa pubblica. Tutto questo perché all’inaugurazione di un nuovo anno giudiziario non ci si ritrovi a dire cose note, che rinnovano ferite mai rimarginate.
Facciamo in modo, allora, che a prevalere davvero sia l’ottimismo della volontà di tutti. Nessuno escluso!

Antonio Buccoliero