Vignetta Massimo DonateoPer sapere come è nata la festa di San Valentino, c’è chi sostiene che si deve risalire all’epoca delle persecuzioni contro i cristiani. In quel tempo l’imperatore romano Claudio II fece arrestare un sacerdote di nome Valentino, reo di santificare l’unione dell’uomo e della donna con il rito del matrimonio.

Secondo la leggenda, Valentino ridiede la vista alla figlia cieca del suo carceriere e, prima di essere decapitato, il 14 febbraio del 270 d.C., spedì alla bambina, dopo averlo inciso sulle foglie a forma di cuore delle violette che crescevano vicino alla sua cella,  un breve addio; “Da Valentino tuo”.

Nel corso dei secoli – così come leggiamo – coppie d’innamorati e sposi, genitori e figli parafrasarono in vari modi questo messaggio. Una lettera inglese datata 1477 ed indirizzata alla futura moglie da un tale John Paston, iniziava con un saluto dello scrivente “ alla sua beneamata Valentina”. Le tradizioni di San Valentino si moltiplicarono. I poeti scrissero che gli uccelli sceglievano il proprio compagno in quel giorno, come i comuni mortali. Le ragazze appuntavano al cuscino foglie d’alloro, sperando di sognare i loro innamorati. Nel Medioevo in Francia e Gran Bretagna si credeva che il primo scapolo visto da una ragazza il 14 febbraio sarebbe divenuto il suo Valentino. Ciò non proibiva alla fanciulla di rimanere a letto o di tenere gli occhi chiusi finchè nei paraggi non veniva a trovarsi qualcuno che le andasse a genio.

All’inizio del XVII secolo i corteggiatori erano soliti regalare, per questa ricorrenza, dei guanti alle loro dame. Sospesa nel breve periodo in cui salirono i puritani, la festa di San Valentino tornò in calendario dopo la Restaurazione, ossia nel 1660. L’anno dopo lo scrittore inglese Samuel Pepys riferiva di dame eleganti e virtuose che ricevevano costosi gioielli o vestiti in dono.

Gli auguri fatti a mano sostituirono, nel tempo, regali più dispendiosi. I giovanotti lavoravano scrivendo su fogli di carta pergamena (o di raffinate imitazioni), con appuntite penne d’oca, rime composte da loro stessi o copiate dai libri di poesie detti “rimari di San Valentino”. Gli innamorati disegnavano intricati arabeschi di nodi, smerlettavano con le forbici i bordi della carta, o vi ritagliavano il profilo dell’amata, o esprimevano la loro passione con buste-rompicapo piegate in modo così difficile che era quasi impossibile riconfezionarle una volta aperte: garanzia contro la curiosità delle mamme o sorelline.

A detta degli esperti, i più antichi “pezzi” delle collezioni canadesi, tutti fatti e dipinti a mano, giunsero dall’Inghilterra dopo il 1870. In epoca vittoriana – continuiamo a leggere – il biglietto di San Valentino toccò nuove punte di originalità. Nel 1847 una ditta di Boston reclamizzava 30 modelli di cartoline importate dall’Inghilterra, tra cui i tipi “scherzoso, struggente, incoraggiante, devoto, sprezzante, malato d’amore, divertente e suicida”.

Ultimamente il costume è cambiato: sui bigliettini cupidi e fanciulle dal verginale rossore hanno ceduto il passo al famosissimo Snoopy e altre immagini più moderne. Anche se più internazionale ed aggiornato nella forma, il messaggio è però rimasto in tutte le lingue quello caratteristico: “Diventa il mio Valentino!”.

Nata nei paesi anglosassoni, la tradizione del bigliettino galante che decreta l’inizio e la fine delle storie d’amore si è diffusa un po’ dovunque e conserva ancora attualmente un fascino ingenuo e poetico, tipico del “linguaggio del cuore”.

 

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